L'antennato

CHIACCHIERE E LUOGHI

STER - 15/05/2026

In tempi di inflazione si risparmia come si può. Lo fa la gente comune, lo fanno – e non solo da quando hanno strozzato Hormuz – anche i grandi broadcaster, sempre alla ricerca di qualcosa che costi poco e riempia i palinsesti.

Negli ultimi anni sta proliferando il talk-show: intere reti, è il caso di Rete4 o di La7, costruiscono su questo genere le loro settimane, appiccicandosi da sè l’altisonante etichetta di canale “all news”, di informazione permanente in nome del presidio giornalistico. Anche se poi gli argomenti che presidiano sono solo quelli che fanno salire lo share (leggi: Garlasco) o quelli che fanno gioco alla narrazione politica di riferimento. Il dato di base però è che il talk-show costa poco: chi partecipa lo fa a titolo gratuito, se è un giornalista, un politico in disarmo oppure se è in promozione di qualcosa (un libro, un film, uno spettacolo) oppure se è il protagonista di un caso di cronaca; per riempire tre ore di messa in onda possono bastare uno stretto manipolo di ospiti (in alcuni casi, sempre gli stessi come ad esempio da Floris a Dimartedì, ma anche dalla Berlinguer e altri) e un paio di servizi giornalistici – nel migliore dei casi, piccole inchieste – dal costo tutto sommato trascurabile. Il gioco è fatto: la gente assiste, parteggia, si indigna e vomita sui social le proprie sentenze, fino alla prossima puntata.

Nella giungla di prodotti tutti uguali i più creativi, o quelli che per contratto devono dirsi di “intrattenimento” perchè non possono o vogliono dirsi “giornalistici”, scelgono come sfondo (in gergo televisivo: “location”) luoghi particolari. Spesso questi luoghi sembrano la migliore ragion d’essere del programma stesso. Contesti così particolari che possono risultare addirittura squallidi nella loro eccezionalità. Vale la pena citare due casi, entrambi in onda in queste settimane su Raitre.

Il primo è “Fin che la barca va”, ideato e condotto da Piero Chiambretti, che ha pensato bene di ispirarsi al mitico brano di Orietta Berti per vestire il proprio talk con la divisa da marinaretto: il set è infatti all’aperto, su una motonave che risale il Tevere, ripresa in notturna anche da un drone: con lo scudo del suo astuto sottotitolo “siamo tutti sulla stessa barca”, Chiambretti rivolge domande a figure note del mondo del giornalismo, dello showbiz e dello sport – che fa precedere da una «Carta d’imbarco» sulla carriera dell’intervistato. Completano il menù (o meglio: il piano di navigazione) alcune rubriche fisse e qualche immancabile incursione nelle teche Rai. Il risultato più notevole è che si vedono gli ospiti intabarrati come nostromi dei mari del nord che tra le folate di vento gelido e il molesto ronzio di fondo, rispondono alle domande dell’arguto torinese con l’evidente assillo di finire in fretta e sbarcare sulla terraferma.

A proposito di scenari inusuali per format abituali, va senz’altro citato anche un altro programma della terza rete Rai condotto da Fabio Volo, il cui rientro sulla scena tv era atteso con curiosità nei mesi scorsi: “Kong”. Anche in questo caso, il sottotitolo del programma (in gergo: il claim) è giustificativo: “con la testa tra le nuvole”, perchè il set prescelto è decisamente panoramico: il locale in cima alla torre Branca di MIlano, nel bel mezzo del parco Sempione. Un luogo chic e inaccessibile, futurista e popolare, molto vicino – lo ha riconosciuto lui stesso – all’abitazione del conduttore che alle fatiche del lavoro deve riuscire ad affiancare le responsabilità di padre separato. Si legge nella scheda-programma del sito ufficiale: “L’intento è quello di trovare le risposte alle domande che contano davvero, sollevandosi da terra. Felicità, bugie, amicizia, tradimento, paura, speranza: i grandi temi dell’esistenza umana, vengono affrontati in conversazioni autentiche, con la profondità di una confessione e la leggerezza di una passeggiata”. Manco a dirlo, c’è spazio per un po’ di Teche Rai e il dibattito si svolge attorno a un angusto tavolo in legno, stretto tra le spartane vetrate panoramiche che danno sul buio cittadino (con le inevitabili specchiature dei vetri, che fanno intravedere i cameramen).

C’è il sospetto che parlare non basti più per fare lo show, e ci voglia almeno un posto strano in cui farlo: è forse cominciata l’era del “place-show”?