Pennsylvania Avenue

GLI SQUALI DI ORO BLU

FRANCO FERRARO - 15/05/2026

Il 4 marzo alla Casa Bianca è giunto un drappello di miliardari, i boss delle big tech americane. A chiamarli Donald Trump. Il motivo? La firma del Ratepayer Protection Pledge (Impegno per la protezione dei contribuenti). Obiettivo? Ridurre l’impatto dei data center sui prezzi dell’energia. In sintesi: aziende come Amazon, Google, Meta, Microsoft, OpenAI, Oracle e xAI si impegnano a sostenere interamente i costi relativi all’incremento della produzione di elettricità, senza che gli investimenti per il potenziamento e l’ammodernamento della rete ricadano sugli operatori. A questo punto applausi per il Presidente?

Calmi. In cambio, la Casa Bianca garantisce ai firmatari “il rapido ottenimento dei permessi per costruire i propri impianti, in 2 o 3, massimo 4 settimane”. E qui un primo dubbio. Troppa fretta. Troppa sospettosa fretta. L’aggressiva strategia di Trump è legata alla voracità di molti amministratori locali che attirano attivamente i data center con agevolazioni fiscali e altri incentivi, desiderosi di accaparrarsi nuove entrate comunali e una fetta della crescita esplosiva che circonda l’intelligenza artificiale. Ma ci sono anche moltissimi amministratori locali che ora, soprattutto nelle zone rurali, (il cuore del Paese, da cui dipende l’approvvigionamento alimentare e, non a caso, la mappa elettorale), cominciano a preoccuparsi. E stanno bloccando progetti di alto profilo. Amazon ha abbandonato i suoi piani a Tucson, in Arizona. Il progetto di Microsoft per un nuovo stabilimento a Caledonia, nel Wisconsin, è stato bloccato dai residenti. Nella contea di Tazewell, nell’Illinois, l’amministrazione ha fatto naufragare un altro importante progetto di data center targato Western Hospitality Partners.

Nelle zone rurali, le sale in cui si svolgono i consigli comunali sono gremite: vengono approvate moratorie e i candidati repubblicani sfidano apertamente la Casa Bianca per schierarsi dalla parte dei loro elettori. Elettori che hanno una percezione negativa della potente accelerazione dei data center. Secondo un sondaggio di Pew Research Center gli intervistati hanno indicato l’aumento dei prezzi dell’elettricità e il rischio di blackout come le principali preoccupazioni relative ai data center, prima ancora della paura della perdita di posti di lavoro o dei costi per i contribuenti. Sono quindi gli agricoltori, già messi a dura prova dalla scarsità d’acqua, ad essere particolarmente critici. Temono che gli enormi volumi d’acqua necessari per raffreddare i rack dei server vengano sottratti all’irrigazione.

Estate 2025, Fayetteville, Georgia. Gli abitanti della cittadina notano che la pressione dell’acqua è insolitamente bassa. L’azienda idrica della contea avvia un’indagine al termine della quale vengono scoperti due allacciamenti idrici di dimensioni industriali che alimentano un campus di data center situato a 32 chilometri a sud di Atlanta. Oltre al danno la beffa. I cittadini hanno ricevuto una notifica dall’azienda idrica che vieta di irrigare i prati per “contribuire al risparmio idrico”. Un pressing sulla popolazione per interrompere il consumo d’acqua quando è il campus di data center a “bere” la maggior parte dell’acqua della contea. Perché questo è un fatto: i data center sono “squali di oro blu”: l’acqua non viene semplicemente utilizzata per il raffreddamento e poi scaricata come acqua reflua trattabile; gran parte di essa evapora durante il processo, scomparendo nel nulla. Secondo gli esperti, Washington, DC, ad esempio, perderà l’approvvigionamento idrico se i data center della Virginia settentrionale utilizzeranno acqua riciclata o recuperata, perché quell’acqua non tornerà nel fiume Potomac, che attraversa la capitale. Ma a Trump non importa. Questione di tempo e starà definitivamente a Mar-a-lago, Palm Beach, Florida. E se il costo dell’energia aumenta, che dite, potrà pagare le bollette?