Pensare il Futuro

GUERRA, AMBIENTE

MARIO AGOSTINELLI - 15/05/2026

Nei primissimi giorni di guerra, due mesi fa, il presagio è arrivato con una pioggia nera su Teheran, simbolo visivo di una crisi che va ben oltre le esplosioni. Dopo i bombardamenti del 28 febbraio, l’aria si è fatta irrespirabile: fumo, polveri bruciate, petrolio e gas hanno ricoperto strade e superfici, lasciando una patina pesante su tutto. L’Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato l’allarme: possibili problemi respiratori, irritazioni agli occhi e alle mucose. Non è una minaccia immediata paragonabile a una bomba esplosa in una palazzina, ma è l’indizio di una guerra che si prolunga nel tempo, con effetti ambientali che si insinuano nelle dinamiche quotidiane della popolazione.

Il valore ecologico del conflitto è divenuto, negli ultimi anni, un terreno cruciale di analisi. Secondo Ceobs (Osservatorio dei conflitti e dell’ambiente), già nel primo mese sono stati identificati oltre 300 incidenti con potenziali implicazioni ambientali tra Iran e Paesi del Golfo: basi bombardate, depositi di carburante incendiati e rilasci di sostanze tossiche nell’aria, con conseguenze che si estendono ben oltre i fronti militari. A breve termine, i rilasci tossici minacciano la salute pubblica; a lungo termine, l’inquinamento penetra nelle falde acquifere, compromette campi agricoli e minaccia la biodiversità. L’estrema prossimità tra infrastrutture energetiche e centri abitati amplifica i rischi.

Ceobs individua quattro fronti ambientali principali del conflitto, anche quando una tregua ha temporaneamente sospeso i bombardamenti. Infrastrutture fossili: decine di siti di produzione e stoccaggio di petrolio e gas colpiti in Iran e nel Golfo che continuano a rilasciare sostanze tossiche. Rischio nucleare: raid su impianti iraniani, tra cui Natanz e Bushehr, con potenziali ricadute per l’ambiente e la salute. Ecosistema marino: bombardamenti su porti e imbarcazioni, prolungato stazionamento navale nel Golfo Persico (e, in parte, nel Mar Rosso) che minaccia barriere coralline e biodiversità sottomarina. Infrastrutture civili: bombardamenti su edifici e impianti industriali che producono dispersione di amianto, metalli pesanti e diossine.

Accanto agli scenari materiali, entra in scena il tema delle armi stesse. È stato denunciato l’uso di munizioni al fosforo bianco nell’area sud del Libano, evidenziando come una sostanza che prende fuoco al contatto con l’aria causi danni immediati e possa provocare effetti a lungo termine sulla salute. Si aggiunge così la dimensione di tossicità e sofferenza diretta, intrecciata a rischi ambientali.

Dal punto di vista delle emissioni, la guerra rappresenta uno dei motori di combustione più rapidi e distruttivi. Occorre carburante per i mezzi militari, ma i raid sulle infrastrutture energetiche generano incendi che bruciano per giorni e emissioni di gas serra difficilmente tracciabili in tempo reale. Stime indicative mostrano che nei primi 14 giorni di conflitto le emissioni hanno superato i 5 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Per dare un’idea della scala: sono emesse quantità superiori a quelle annue di alcune economie piccole o medie, e paragonabili a frazioni significative di emissioni di paesi interi in un lasso di tempo breve.

La dipendenza dai combustibili fossili emerge come una costante critica. Lo Stretto di Hormuz, via di passaggio per circa il 20% del petrolio globale, diventa un rischio sistemico: interruzioni nelle forniture innescano shock economico-energetici globali. In risposta, molti paesi hanno cominciato a ricorrere a fonti più inquinanti, come il carbone, per colmare il vuoto energetico. È quanto ha riflesso anche l’Italia, che ha manifestato la possibilità di riaprire le centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi qualora la crisi proseguisse. La transizione energetica inevitabilmente rallenta.

In parallelo, emerge una verità spesso compresa ma raramente riconosciuta in modo chiaro: le energie rinnovabili potrebbero offrire una via d’uscita, ma la loro piena maturazione richiede tempi e investimenti considerevoli. Esperimenti di successo in Nord Europa, Spagna, Cina e Pakistan dimostrano che una rete energetica diffusa di solare ed eolico può concorrere in modo significativo alla sicurezza energetica. Tuttavia, la guerra assorbe risorse che altrimenti verrebbero destinate alla transizione: un circolo vizioso che ostacola la riduzione delle emissioni.

I costi della guerra non ricadono solo sul fronte militare o sui paesi direttamente coinvolti. Secondo Politico, gli Stati Uniti hanno speso miliardi di dollari nei primi giorni: 3,7 miliardi nelle prime cento ore, 11 miliardi nella prima settimana e circa un miliardo al giorno fino alla tregua di Aprile. I costi della guerra si riversano anche sull’economia globale, alimentando rincari e inflazione e spingendo governi a scelte di emergenza che interferiscono con le politiche energetiche e industriali.

In questa cornice, si osserva che le aziende energetiche traggono profitti dall’instabilità. Reuters segnala che Exxon e Chevron hanno guadagnato miliardi in più, e un’analisi del Guardian evidenzia che le 100 maggiori compagnie petrolifere e del gas hanno accumulato circa 30 milioni di dollari di utile all’ora nel primo mese di conflitto. Questo dualismo tra ostacolo ambientale e opportunismo economico riflette una dinamica sistemica: la guerra alimenta domanda di combustibili fossili, ma al contempo rende più urgente la spinta verso energie pulite, resilienza e riduzione dell’impatto ambientale.

L’elenco degli elementi di “ecocidio” o di eredità tossica è lungo e preoccupante: infrastrutture, aria, acqua, suolo, salute, economia. La definizione di ecocidio, seppur ancora non riconosciuta dal diritto internazionale, aiuta a dare una cornice concettuale per descrivere l’impoverimento ambientale che minaccia diritti umani e biodiversità. Esempi consolidati da contesti conflittuali precedenti – come la distruzione agricola a Gaza o i residui di contaminazione in Viet Nam e Cambogia – offrono una lente utile per comprendere come le popolazioni catalizzino i costi indiretti della guerra per decenni.

Purtroppo siamo in una condizione permanente di conflitto con un pianeta finito. Guerre e conflitti sembrano inseguire una logica che “supera se stessi”, elevando sempre l’asticella del disastro. Se l’umanità deve imparare a convivere con l’ambiente, questa è una prova cruciale: non basta vincere sul campo di battaglia, serve proteggere l’ecosistema, l’acqua, la salute pubblica e le generazioni future. Senza una trasformazione energetica reale e rapida, l’eco-danno si moltiplicherà, e la guerra diventerà una costante inquieta che si ripercuote oltre i confini, oltre i mesi, oltre le mappe: una guerra contro il mondo.