In sede di bilancio di un anno di pontificato, e prendendo come riferimento le decisioni per il governo della Chiesa, l’editorialista del Corriere della Sera Massimo Franco ha riconosciuto che Leone deve essere considerato “oltre” le distinzioni del passato tra progressisti e conservatori. È una valutazione interessante che sottolinea un dato: questo papa rappresenta senza dubbio una novità, radicata saldamente nel proposito – viene evidenziato – di “sparire perché rimanga Cristo”, punto fondante del programma papale. In primo piano, dunque, c’è la preoccupazione religiosa. Come conferma, aggiungo, la recente dichiarazione a una delegazione dell’organizzazione “Catholic Charities Usa”: “Amare il nostro prossimo comporta offrirgli la possibilità di un incontro autentico con Dio”.
È un registro che non è mai cambiato, nemmeno di fronte alle sgangherate uscite di Trump. Mostrando al mondo fermezza e chiarezza, in quelle circostanze il papa ha semplicemente tratto le conseguenze concrete della dimensione religiosa, una posizione che tuttavia non tutti intendono o vogliono intendere nella sua specificità, preferendo accompagnare il giudizio su Prevost alla domanda – e spesso alla risposta – su quale sia l’orientamento politico del nuovo pontefice. Ma è un’operazione senza sbocco, perché risulta impossibile scovare un cedimento o una simpatia del papa verso una realtà partitica. Nemmeno considerando le sue origini, che pure appartengono a un territorio di tradizione democratica che ha incubato il primo presidente afro americano degli Usa. Uno sguardo alla famiglia. Francis ha due fratelli con i quali intrattiene frequenti colloqui. Louis Martin, il maggiore, veterano della marina Usa, è un Maga dichiarato con uscite polemiche sui social (“preferisco lui al papa”, aveva detto Trump). Al contrario l’altro fratello, John Joseph, ex preside, non ha mai cavalcato i perigliosi mari della politica e ha un profilo più riservato.
Ebbene i Prevost brothers, quando si parlano, così ha precisato Louis, toccano argomenti politici “entro certi limiti”. Niente: non se ne ricava granché. Proviamo allora a immaginare un manifesto politico del papa attraverso qualche cenno sul primo anno di pontificato, iniziato peraltro nel segno di Leone XIII, pontefice della prima enciclica sociale. Lo scorso 25 aprile, rivolgendosi ai membri del PPE, Leone ha sollecitato “azioni per dare lavoro ai giovani”, per “vincere la paura apparentemente molto europea di costituire una famiglia e avere figli”, per “affrontare l’immigrazione avendo cura di chi soffre e tenendo conto delle reali possibilità di accoglienza e integrazione”.
Rimandando al suo discorso al corpo diplomatico del 9 gennaio, il papa ha inoltre ribadito l’urgenza di evitare il “corto circuito dei diritti umani” perché “va sviluppandosi un linguaggio che nel tentativo di essere sempre più inclusivo finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano”. In primo luogo occorre garantire perciò la libertà, figlia della libertà religiosa sempre più violata in tutto il mondo. Ma, attenzione, il 28 agosto ’25 a una delegazione di politici francesi, il papa aveva anche detto che “non è facile, per un eletto, a causa di una laicità a volte fraintesa, agire e decidere in coerenza con la propria fede nell’esercizio di responsabilità pubbliche”. E perciò “bisogna avere il coraggio di dire no, non posso, quando è in gioco la verità”. In estrema sintesi, ecco gli inviti più ricorrenti in questi mesi: perseguire la pace, dire no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata, difendere la famiglia naturale, combattere la povertà, rispettare l’ambiente e vigilare sull’Intelligenza Artificiale. Uno che mette insieme tutte queste cose è progressista o conservatore? Di destra o di sinistra? Non scherziamo: è semplicemente il papa.