
Mi è sempre piaciuto Banksy, sia per la gradevolezza delle sue opere, sia per l’eleganza dell’ironia con cui induce a riflettere e a discutere; è un sasso gettato in uno stagno: ne increspa le acque e lo costringe al movimento.
Nell’ultima creazione, però, trovo che si sia superato: la notte del 29 Aprile ha fatto sorgere in Piazza Waterloo, a Londra, addirittura un monumento. È di resina, ma ha tutte le pretese di un monumento celebrativo in bronzo, solo che non è affatto celebrativo: rappresenta un uomo che, reggendo una bandiera, marcia risoluto e sicuro verso…La bandiera, mossa dal vento gli copre il viso, ma ciò non sembra trattenerlo dal compiere, deciso, il passo verso il vuoto.
I commenti si sono scatenati. La maggior parte di quelli che ho letto l’ha interpretato, concentrandosi sulla bandiera, come una critica ai nazionalismi; qualcun altro, ricordando Dante, ha creduto di scorgervi l’ignavia di chi segue un vessillo che muta continuamente (“una ‘nsegna che girando correva tanto ratta che d’ogne posa mi parea indegna”- Inferno, canto III).
Io, in quell’uomo tronfio e stupidamente sicuro, vedo tutti coloro che seguono un’ideologia – sia essa politica, filosofica o religiosa – con il fanatismo di chi non si fa mai domande e non si lascia sfiorare dal dubbio. La bandiera, secondo me, non ha significato in quanto simbolo di una nazione, ma per il suo potere accecante, che tuttavia potrebbe essere neutralizzato se colui che la regge volesse scostarsela dal viso o fermarsi un momento.
Credo che Banksy se la stia ridendo: ho avuto modo, in passato, di chiedere ad alcuni artisti che cosa volessero esprimere con le loro opere e tutti mi hanno risposto che non mi avrebbero risposto, perché la loro creazione, una volta uscita dalle loro mani, diventa di chi vuole guardarla e mostra ciò che gli altri vogliono o sanno vederci.
Comunque, non penso di allontanarmi troppo dalle sue intenzioni se in quell’ultimo passo sul vuoto vedo la compiaciuta rivincita – la vendetta – della ragione e dell’umiltà.