
Non sempre ho sentito il battito della poesia, della mia idea di poesia, nei libri di Anne Carson, insignita pochi giorni fa del Premio Nobel per la Letteratura. Carson è canadese, scrive con “verso libero”, forse anche troppo. Mi ha regalato, nella lettura, rari sussulti del cuore. Ma mi porto dentro questa sua manciata di parole, così belle e vere, così drammaticamente attuali: ”Restare umani è infrangere un limite. Ti piacerà se ci riesci. Ti piacerà se ci provi.” Ha scritto Sonia Caporossi su Poesia del nostro tempo che: ”…l’opera di Anne Carson rappresenta potentemente quel tipo di scrittura che collassa registri, epoche, materiali e generi, facendo convivere il classico e il contemporaneo, il saggio e la poesia, la teoria e la narrazione”. E Alberto Fraccacreta su Avvenire ha spiegato: ”Il piano lavorativo di Carson consiste nel trattare la storia al modo di una dimensione fluida”. C’è qualcun altro che sta trattando la storia al modo di una dimensione fluida. Donald Trump.
La sta trattando come uno chef ubriaco rivisita una ricetta tradizionale. Per lui “restare umani” è – come se lo sentissi – roba da donnicciole o gay. I suoi accoliti sono d’accordo: dallo svalvolato Mike Hegseth all’ultimo agente dell’Ice, la polizia anti-immigrazione che prima spara e poi ti chiede i documenti. Restare umani è perdita di tempo. Così come dedicare tempo alla poesia. Ma c’è stato anni fa chi ha “lavorato” per lui. Mi riferisco a Rob Long, autore e produttore di Cheers, sitcom di grandissimo successo, andata in onda negli Stati Uniti dal 1982 al 1993 e passata in Italia negli anni Ottanta come Cin cin. Long ha passato al setaccio molti discorsi del presidente, li ha vivisezionati e li ha messi in versi. Poesie che sono diventate un libro :”Bigly: Donald Trump in verse”. 160 pagine divise in sezioni significative: Life, Love, Beauty, Death. Ho scelto un verso dalla poesia intitolata Spazio: “Questo è l’infinito/Potrebbe essere infinito/Non lo sappiamo/non lo so/ Potrebbe esserlo/ Dobbiamo fare qualcosa”. Roba da far…impallidire Walt Whitman o Wallace Stevens, umiliare Emily Dickinson e Robert Frost, spedire nel dimenticatoio Langston Hughes e Silvia Plath.
Comunque una cosa in questo verso è vera: dobbiamo fare qualcosa. Noi. Non lui. Lui ha già fatto abbastanza: ha provocato una guerra con l’Iran obbedendo a Netanyahu, ha spaccato l’America in due (nessuno è stato così drammaticamente divisivo), ha umiliato secoli di storia, ha rotto i tendini con l’Europa, ha usato il potere per arricchirsi, riducendo la Casa Bianca a una bisca personale. Ma torniamo al Premio Nobel. Lui credeva davvero che gli sarebbe stato conferito il Nobel per la Pace. “Ho risolto otto guerre e hanno consegnato il premio a una persona mai sentita” ha detto. Si riferiva a Navanethem “Navi” Pillay, 85enne attivista e giurista sudafricana che, alla notizia del prestigioso riconoscimento, ha dedicato il Premio “ai sopravvissuti a crimini internazionali” e ha aggiunto: “I diritti umani sono sotto attacco politico, dobbiamo essere uniti nel difendere lo stato di diritto”. Poi ha scherzato: ”Se applaudite un po’ più forte, forse dividerò il premio con Trump”. Ma Trump – per il quale il Nobel sta diventando un’ossessione – non l’ha presa bene. Ed ha puntualmente rispolverato rabbia e minacce: ”Non dimenticheremo il rifiuto della Norvegia di conferire il Nobel agli Stati Uniti. Ed io rappresento gli Stati Uniti. Questa è una macchia indelebile per la Norvegia”. Chiudo tornando a Anne Carson, perché voglio vincere a mani basse: il Nobel per la letteratura porta con sé anche un premio in denaro. La Carson ha detto che darà in beneficenza le 12 milioni di corone svedesi del Nobel. Ed ha aggiunto: “Abbiamo un amico che ha bisogno di una casa e diamo sempre molto a organizzazioni come Doctors Without Borders”. Come Trump. Uguale.