Urbi et Orbi

BUONI COME IL PANE

PAOLO CREMONESI - 16/01/2026

Natale, la lunga coda da Pane Quotidiano a Milano

Hanno colpito il cuore le immagini delle lunghe code che anche il giorno di Natale si sono formate a Milano davanti alla sede della “Società del pane quotidiano”. Centinaia di persone bisognose in fila dalle sei del mattino per poter ricevere un pasto o un giocattolo da portare in famiglia. Ugualmente a Roma nella Basilica di Santa Maria in Trastevere in tanti hanno atteso di poter consumare il pranzo della festa insieme ai volontari della Comunità di Sant’Egidio. È la stessa esperienza che anche la Casa della carità alla Brunella vive ogni giorno garantendo cibo o assistenza medica ai varesini che sono nel bisogno.

Sono immagini che stridono maggiormente in un periodo dell’anno dove il dislivello tra chi ha sempre di più e chi sempre meno appare intollerabile.

Cosa rimane del grande fiume di carità che pur esiste nelle nostre città se le disparità continuano a crescere? Non è lecito lasciarsi vincere da un senso di frustrazione?

Il Natale ci insegna che, spente le luci della festa, la differenza la fanno le storie e i cuori di persone cambiate.

È quanto accaduto per esempio l’indomani della buona riuscita della Colletta Alimentare che nonostante una crescita generalizzata del 5 per cento ha visto subito visto registrare da parte degli enti assistiti la richiesta di maggiori risorse.

«Mi avete fatto passare una giornata meravigliosa». Con queste semplici e sincere parole un detenuto della Casa Circondariale di Rieti – che chiameremo “Mario” – ha salutato i volontari al termine del sabato di raccolta. Autorizzato dalle autorità circondariali a partecipare all’iniziativa, Mario ha trascorso l’intera giornata davanti a un supermercato, ricoprendo con entusiasmo i compiti che gli erano assegnati. Fin dall’apertura ha accolto i clienti con un sorriso, spiegato l’iniziativa, sistemato i sacchetti, aiutato nel ritiro dei prodotti donati. Per lui non è stato soltanto un gesto di servizio, ma un modo per sentirsi parte di una comunità, protagonista di qualcosa di buono. Un’esperienza che, come ci ha spiegato, gli ricorda che il bene si può fare sempre, da qualunque punto si riparta.
Ogni anno c’è chi decide di fare volontariato per la prima volta. Alcuni arrivano con un po’ di timidezza, altri con difficoltà personali alle spalle. Come una studentessa universitaria di Roma, che ha scelto di partecipare quasi per una sfida con sé stessa. “Mi vergognavo a parlare con le persone” racconta “Il mio compito era distribuire lo ‘shopper’ e dire solo poche parole. Le prime volte balbettavo, poi una signora mi ha sorriso e mi ha detto: ‘Grazie per quello che fai’. Da lì è cambiato tutto. Ho capito che non serve essere perfetti: basta esserci”.
Marco, volontario da anni, ogni novembre tornava a casa raccontando a suo figlio cosa succede “dall’altra parte del carrello”. Quest’anno, dopo aver visto per molto tempo i volontari del Banco al supermercato, il bambino, che frequenta una scuola media, gli ha chiesto di poter provare anche lui. “Ero convinto” racconta “che si sarebbe stancato dopo mezz’ora; invece non riuscivo a farlo smettere. Si divertiva a sistemare le cassette e a spiegare alle persone cosa serviva di più. A un certo punto mi ha detto: ‘Papà, ma allora questo che stiamo facendo aiuta davvero qualcuno o è solo un gioco?’
Gli ho risposto che non era un gioco e l’ho visto diventare serio, quasi orgoglioso. Quando siamo tornati a casa mi ha chiesto di poter tornare l’anno prossimo”.

A volte siamo tentati di misurare i nostri sforzi solo sulla base del risultato concreto conseguito. Ma non è questa la logica che il Natale ci insegna: nel Mistero di un bambino inerme le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo. Ed a questo dovremmo sempre tornare prima di tirare affrettati e ansiolitici bilanci.