
Ho fatto i conti: quelli di Milano-Cortina 2026 saranno i sedicesimi Giochi olimpici in presenza che seguirò, i settimi nella versione invernale. Però mi sono occupato anche di quelli “bianchi” del 2022 a Pechino, ma l’ho fatto da casa perché non valeva la pena avventurarsi nel lockdown cinese, mentre ai tempi in cui ero alla Gazzetta dello Sport ho lavorato, dalla redazione, ai Giochi 1984 di Los Angeles e a quelli del 1988 di Seul. Tra l’altro questi ultimi avrebbero dovuto segnare il mio debutto sul campo tra i cinque cerchi: ero già accreditato, ma mi chiesero di rinunciare perché decisero di rafforzare la presenza sull’atletica (io di base all’epoca seguivo prima di tutto il basket) inviando Fausto Narducci al mio posto. Con quello che sarebbe successo – parlo della vicenda della positività di Ben Johnson – posso dire che il destino ha dato ragione ai miei capi.
Quindi, debutto a Barcellona 1992, già come Corriere della Sera avendo lasciato la “Rosea” nel 1989: ovviamente, essendo stata la prima, è l’edizione per me indimenticabile. Ma ho ricordi belli, alcuni perfino entusiasmanti, pure di altre. Forse metto in cima a tutte Sydney 2000, per il fascino della città e per l’accoglienza calorosa riservata dagli “aussie” a chi arrivava da posti lontani: non a caso, durante l’atterraggio, vedevi sulla pista la scritta “Benvenuto Mondo”. Ora, prima di andare avanti, mi devo togliere subito dente e dolore. Come vedo questi Giochi che riconsegnano l’Italia al massimo scenario dello sport 20 anni dopo Torino? Non farò giri di parole: li vedo molto male. Punto primo: premesso che per i Giochi cosiddetti “diffusi” vorrei usare la famosa battuta di Fantozzi sulla corazzata Potemkin, dico che sono una conseguenza degli immani pasticci combinati dai politici e dai dirigenti e del fatto che Torino ha rifiutato di tornare in corsa come “vagone” della “locomotiva” Milano. Così è entrato in gioco il Veneto, con l’ex governatore Zaia, e un’edizione che sarebbe tutto sommato stata contenuta in distanze accettabili si è dilatata a dismisura.
Non solo, ed eccoci al punto secondo: la cialtroneria tipica dell’Italia ha fatto così che in 7 anni non siamo riusciti a costruire strade e ferrovie per abbattere distanze e disagi. I coreani, un anno prima dei Giochi bianchi 2018, erano pronti con una linea ad alta velocità da Seul a Pyeongchang (tempo di percorrenza 1h e 20’) e con due autostrade. Da noi, invece, gli autobus-navetta impiegheranno 5 ore da Milano a Cortina e 3h e 50’ da Milano a Bormio. E io aggiungo: se andrà tutto bene… Poi i ritardi, di qui e di là: nei giorni scorsi ho verificato, per dire, che il famoso palasport di Santa Giulia, sede delle partite di hockey su ghiaccio maschile, è ancora in buona parte un cantiere a meno di un mese dal via. Insomma, non voglio tediarvi oltre e vi rinvio, per documentarvi a tutto tondo, al libro “Una montagna di soldi” che spiega molto bene tanti aspetti che il mainstream mai tratterà.
Detto questo, vorrei chiudere nel segno di ricordi piacevoli delle mie presenze olimpiche. Ne elenco qualcuno, a ruota libera. A Barcellona, andando al villaggio olimpico ormai avviato alla chiusura, feci un po’ per caso lo scoop di Ben Johnson fermato dalla polizia perché beccato a rubare nel supermercato degli atleti. Ad Atene 2004 feci impazzire i colleghi della rivale Repubblica. Avevo saputo dal Coni che avremmo avuto gli uffici contigui, quindi mi feci regalare dalla dottoressa uno stetoscopio che tenevo al collo facendo loro credere che avrei “auscultato” le loro conversazioni grazie ai sottili pannelli divisori. In realtà lo stetoscopio non funzionava affatto per quello scopo, ma l’effetto psicologico fu enorme: il capo spedizione andava nei corridoi del centro stampa per parlare con Roma.
Passando ai Giochi invernali, come dimenticare il Tomba che dopo il flop nello slalom di Nagano non volle parlare con nessuno e che alla fine accettò di farlo rispondendo a un registratore (il mio) a domande preparate da noi inviati? Ho ancora la cassetta di quella situazione delirante… Oppure, come scordare l’infernale giornata dell’oro conclusivo di Giuliano Razzoli nello slalom dei Giochi 2010, unico primo posto della spedizione azzurra in Canada? Funzionò così: sveglia alle 4 a Vancouver dove avevamo l’hotel; partenza per Whistler Mountain (120 km) alle 5.30 guidando con pioggia e nebbia; arrivo al parcheggio; seggiovia per salire al centro stampa della pista; prima manche con Giuliano primo e Manfred Moelgg quinto; preparazione, dato che la seconda sarebbe finita sulla deadline italiana alle 23.30, quindi troppo tardi, di otto “code” diverse dell’articolo, tante quante le possibili combinazioni (alla fine solo una sarebbe entrata, ovviamente, con l’aggiunta al volo, fatta a Milano, di un breve cappello); ribattuta con la nona versione, che contemplava il parlato di Razzoli; rientro a Vancouver e riposizionamento a Casa Italia per aspettare l’atleta per il “ricasco” dell’indomani. Giuliano arrivò a mezzanotte, ritrovai il letto alle 3 del mattino.
Chiudo con un’esperienza surreale a Nagano 1998. Dovevo intervistare Gerda Weissensteiner, oro nello slittino nel 1994 e nominata alfiere. Io e Fabio Cavalera andammo a cercarla allo sliding center alle 8 del mattino. Freddo cane, bianco totale attorno, nessuno in giro. Nel silenzio di tomba, un solenne dubbio: lei è bionda, d’accordo, ma come distinguerla in mezzo ai tanti biondi (altoatesini) di Team Italia? Ammissione evidente: non la conoscevo. Ad un certo punto adocchiammo un tipo che preparava degli slittini sulla pista dedicata ai test di spinta. Ci avvicinammo chiedendogli se conoscesse Gerda e, soprattutto, se sapesse da dove sarebbe spuntata. Ci indicò un sottopasso: “Uscirà da lì” ci spiegò in inglese, la lingua che avevamo usato. Ebbene: era… italiano. Non solo: era Walter Plaikner, oro nello slittino biposto assieme a Paul Hilgartner a Sapporo 1972. Allenava i giapponesi…