Attualità

GIÀ SENTITA E VISTA

ROBERTO CECCHI - 16/01/2026

Acceso. Il televisore era acceso e mi son seduto a guardare quel che passava. Come succede di fare, alle volte, quando si osserva senza avere la percezione esatta di quel che si sta osservando, cosa stanno mandando in onda. È un modo per distrarsi. Uno svago, se si vuole, ingenuo e disimpegnato, ma utile per lasciar correre i pensieri in libertà.

E quel che stavano trasmettendo in quel momento pareva la solita fiction americana. Una delle tante, tutte uguali, almeno da James Bond in poi. Dove c’è il cattivo che scappa e i buoni che lo inseguono. Con automobili lanciate a folle velocità nel centro delle città, in mezzo alla gente. Cui segue immancabilmente una sparatoria, dove si vedono i contendenti a penzoloni dai finestrini delle auto, che sparano all’impazzata, una quantità di colpi da fare invidia al tiro a segno delle giostre. Più di così, francamente, non si può sperare di vedere, per chi ama questo genere di spettacoli. Una continua notte di capodanno senza capodanno, ma coi bagliori della miglior tradizione partenopea di fuochi artificiali.

Alla fine, “il cattivo” soccombe e “il buono”, un po’ ammaccato, ma felice delle sue performances, può incassare il consenso incondizionato della gente. Dove i morti non si contano e non contano. Trionfa sempre la giustizia, lì nelle fiction. E a fare giustizia son sempre gli appartenenti alle forze dell’ordine, che siano locali o nazionali, che si chiamino CIA o FBI. Mentre, stavolta c’era una terza sigla, la ICE (United States Immigration and Customs Enforcement). Non mi sembrava ancora né d’averla sentita nominare, né d’averla vista all’opera. Gli ingredienti della storia suggerivano una qualità d’origine controllata e garantita.

Per uscire dal sonnambolismo televisivo è bastata la conferenza stampa dell’amministrazione. Non era la solita minestrina riscaldata di ringraziamento alle forze dell’ordine. Era una sequela d’insulti irripetibili del sindaco, che denunciava l’uccisione, da parte della polizia federale, di una giovane donna di 37 anni, Renee Good, madre di tre figli, che manifestava per i diritti all’immigrazione e che si era rifiutata di fermare l’auto su cui si trovava. Come nelle migliori fiction, l’agente ICE non ci ha pensato due volte. Ha preso la mira e ha sparato almeno un paio di colpi.

Un’uccisione che ha provocato proteste violente nei confronti di un governo centrale che interviene pesantemente sull’autonomia degli stati dell’Unione, a dispetto degli stati medesimi, che si trovano investiti da iniziative per la sicurezza (!), senza alcun tipo di concerto. La stessa cosa che accade a livello internazionale con Ucraina, Israele, Venezuela, Russia, Cina, Iran, Groenlandia, a cui va aggiunta l’UE e altri paesi sudamericani e tutto quel che ci dimentichiamo di dire. Tutti scenari che sono stati messi in movimento, oltre il loro solito dinamismo, creando una miscela infiammabile pericolosissima.

È difficile dire esattamente che cosa stia accadendo. Non si capisce la logica con cui ci si muove. Per John Bolton, 76 anni, a capo del Consiglio nazionale di sicurezza della Casa Bianca durante il primo mandato di Donald Trump (Corsera, 10.1.25), alla domanda “Cosa cerca di ottenere Trump sulla Groenlandia?”, ha risposto “Credo non lo sappia neanche lui”. Identica risposta riguardo al Venezuela: “Quale crede sia l’obiettivo dell’intervento?”, risposta “Credo che neanche Trump lo sappia. È tutto poco chiaro, incoerente, come gran parte delle decisioni di Trump. Prima parlava di droga, poi di terrorismo, poi è l’immigrazione illegale. Ora il petrolio. Certo l’America in Venezuela ha un legittimo interesse, perché il regime di Caracas dava un’incredibile influenza a Russia, Cuba, Cina, Iran. È una preoccupazione di sicurezza per gli Stati Uniti, ma non è ciò a cui pensa Trump. Non per ora”.

Quel che è certo è il ricorso alla violenza verbale e materiale costante, continuo, strillato, ossessivo, sia che si tratti di questioni locali o internazionali, nella certezza mal riposta che possa essere la forza a risolvere i problemi e non la ponderazione e il rispetto. Noi queste cose le abbiamo già sentite in passato «Non si dica che il picchiare è da plebei e da contadini e che l’educazione, il progresso, la civiltà consistono nel liberarsi da quel bestiale istinto […] Nulla di meno vero. La civiltà ha bisogno, per marciare, di tutto: anche dei pugni e dei calci. L’utilità, la necessità dei colpi è un fatto preciso e cospicuo». Sembrano parole di oggi e invece furono pronunciate nel 1915 e a minacciare calci e pugni era un certo Giovanni Papini, futurista, fiorentino (purtroppo!), promotore di un’estetica d’avanguardia basata su rottura, violenza e azione. Tre anni dopo iniziò la prima guerra mondiale. Non fu un caso, c’era la volontà di farla. Adesso, questa deriva va arginata in tutti i modi, a cominciare dal guardare sempre meno quelle fiction, soprattutto, che predicano solo violenza. Cieca e immotivata.