
Giustizia, dunque. Primo terreno annuale di scontro sarà, 22-23 marzo, il referendum: carriere, pm e non pm, da separare; sì o no alla riforma costituzionale. Snodo cruciale per il Paese? Beh, insomma. Cruciale nello specifico, mica tanto. Se guardiamo all’argomento, non ci sarebbe da farne una sfida all’O.K. Corral. Serenamente: dato che il trasloco dalla funzione A alla funzione B riguarda e riguarderà pochi, mettervi un altolà che mai dovrebbe sovvertire? Certo non la democrazia, e neppure l’indipendenza della magistratura. Difatti i consenzienti al provvedimento sono sia a destra sia a sinistra. Ma la ciccia della vicenda è diversa, e qui i pareri confliggono sul sì/no: sta, la ciccia, nella politicizzazione massima della chiamata alle urne. Come successe, anno 2016, quando Renzi volle personalizzare la riforma costituzionale d’allora, che prevedeva l’eliminazione del bicameralismo perfetto (ciao Senato).
Politicizzazione significa che s’andrà oltre il merito del problema, anziché circoscriverlo. S’andrà a valutare, nell’insieme, Meloni e il suo governo. Pur se la volontà di Meloni stessa è d’evitare l’allargamento dell’opinione dal focus di dettaglio. Ma le polemiche han preso una tal piega che sarà impossibile scongiurare lo sconfinamento. Del resto se tu premier e la corte dei tuoi partner seguitate a lagnarvi delle toghe che sbagliano qui/là, vanificano il lavoro di polizia carabinieri eccetera, hanno l’esecutivo qual bersaglio fisso del loro operare, non potete che aspettarvi una mobilitazione da parte degli avversi a un simile modo di malpensare. Insomma (paradosso inspiegabile): ve la state cercando.
Propagandate infatti al contrario di quanto vi gioverebbe. Il misunderstanding potrebbe favorire la rimonta dei no sui sì (finora dati in largo vantaggio), offrendo ai nemici di Chigi facili temi di presa popolare. Uno su tutti: questa riforma cambia zero nell’efficienza della giustizia. Che sarà né più veloce, né più equa, né più al passo coi tempi. E il cittadino, hai visto mai, chissà che non finisca per sentirsi preso in giro. Cioè si chieda: ma l’ambaradan era proprio necessario? Rappresenta il più urgente degl’interventi di modernizzazione della Repubblica? E se davvero nascondesse un fine diverso, la golosità di “potere mangia poteri” d’un insaziabile centrodestra?
Eccolo, il rischio che corre chi pensava di correrne nessuno. Sono gli sbagli da sicumera del comando. S’informi la citata Meloni dal citato Renzi. Poi, boh, a lei andrà meglio che a lui, e però quest’idiosincrasia per i fari bassi, l’avvedutezza nel cambiare, l’umiltà di non mettere in gioco un ampio credito politico pur d’addebitare una sconfitta ideologica a rivali più presunti che veri fa premio su ogni prudenza. Vado dove mi porta la mia moralità, dichiara Trump. E basta. Va dove vien portata dal suo orgoglio la Meloni. E basterà?
Ps
Olimpiadi di Milano-Cortina ’26. Ma anche di Varese. Virtualmente associatasi ai due luoghi delle gare partecipando, con una passione mai vista prima, al transito della fiaccola, la notte di mercoledì 14 gennaio. Varese si è accesa di fervore, coinvolgimento, entusiasmo. Una moltitudine al palaghiaccio, una moltitudine nelle strade, una moltitudine ai Giardini Estensi, affollati da record. Evento magico, di cui in questo numero RMFonline vi racconta contorni, curiosità, proiezione. Nella speranza, e anzi certezza, di trasmettere il pathos da incanto vissuto tre giorni fa. Farà epoca, entrerà nella storia, riempirà l’albo spirituale del nostro orgoglio civico. Siamo fieri d’avere una comunità così, dei cittadini così, degli sportivi così. Un meraviglioso presente recatoci in dote da un meraviglioso passato, tesoro di valore inestimabile. Di valori inestimabili. Tanto da giustificare una sbroccata popolare, noi compresi, che riconcilia col bello del mondo, nei giorni in cui a trionfare è il brutto.