Particolarmente interessante e coinvolgente la figura artistica di Pellizza (con una o due elle) da o di Volpedo, le cui opere sono in mostra presso la GAM (Galleria d’Arte Moderna di Milano) fino al 25 gennaio.
Siamo nel 1868, Giuseppe/Pippo è il secondogenito di quattro figli di una famiglia benestante: il padre Pietro, proprietario terriero, è impegnato nella vita politico-amministrativa di Volpedo – borgo dell’alessandrino – (parteciperà alla fondazione della Società Operaia di Mutuo Soccorso), la madre Maddalena è una donna energica, di profondi sentimenti religiosi e molto attiva nell’azienda familiare. Il giovane Pellizza manifesta ben presto la sua propensione per l’arte, sostenuta dal padre chi gli permetterà un iter formativo accademico di tutto rispetto: da Milano a Roma, da Firenze a Bergamo, dove ogni volta incontrerà grandi maestri, che gli permetteranno di approfondire i suoi studi, ricevere riconoscimenti, acquisire tecniche nuove, tanto da venire poi considerato una delle figure più complesse e innovative della pittura italiana a cavallo tra Ottocento e Novecento. La sua personalità delicata e sensibile ha sempre dimostrato interesse, curiosità, attenzione instancabili, non solo nei confronti dell’arte – con la produzione di numerosi dipinti e disegni – ma anche verso le tensioni sociali del tempo, tanto da esprimere tutto ciò nel suo quadro più celebre, il noto “Quarto Stato”.
Acquistata dalla città di Milano nel 1920, grazie a una sottoscrizione pubblica, l’opera di grandi dimensioni ma soprattutto di incommensurabile valore artistico-culturale oltre che simbolico, fu posta al Castello Sforzesco, indi a Palazzo Marino dopo la Seconda guerra mondiale, per poi tornare alla GAM nel 2022, dopo la parentesi al Museo del Novecento. A distanza di oltre un secolo dalla mostra monografica dedicata a Pellizza nel 1920, presso la Galleria Pesaro, Milano rende nuovamente omaggio all’artista esponendo circa quaranta opere altamente significative della sua produzione, lungo un affascinante cammino artistico e umano dove luce, colore, natura, paesaggi sono rappresentati con straordinaria padronanza, forza e attualità. Se Monet aveva la sua Givenchy, Pellizza aveva il suo paese natale, Volpedo cui era particolarmente legato, dipingendone i casolari, la gente del popolo, gli animali con cui le persone convivevano e gli episodi della quotidianità, dal girotondo dei bambini, alla processione, dai panni al sole, alla serie dell’amore nella vita.
Amico di Segantini e Morbelli, fu Novellini a suggerirgli di sostituire le larghe e corpose pennellate della tecnica “en plein air” con quella a piccoli punti e trattini – esperienza divisionista – nonché di usare nuovi colori in tubetto – che ordinava direttamente in Francia – e non i soliti pigmenti. Nello studio di Volpedo è conservata ancora oggi una tavoletta su cui aveva steso pennellate dei vari colori, esposte poi al sole per testarne la stabilità. Ciò a dimostrazione della serietà, meticolosità e rigore con cui lavorava. Si racconta che per dipingere “Il sole o il sole nascente” Pellizza si fosse recato ripetutamente all’alba, sulle colline intorno a Volpedo, per osservare e cogliere le varie incidenze di luce al sorgere del sole. Davvero emozionante il risultato, tanto che Primo Levi scrisse nel 1906: “Bisogna rivolgersi a Pellizza, per sentirsi illuminati da un sole che sembri davvero quello dell’avvenire”.
Profondo e colto – si dedicò anche a studi filosofici – cercò sempre attraverso la sua pittura di rappresentare i valori esistenziali eterni: la vita, l’amore, la morte, l’uomo e la
sua dignità, il significato dell’arte e il ruolo dell’artista. Tra i capolavori esposti alcuni suscitano emozioni forti: Sul fienile (importante contrasto tra luci e ombre), Speranze deluse (dolore di una giovinetta consolata dalla pecorella), Ricordo di un dolore (dipinto dopo la morte della sorella Antonietta, dove in un secondo momento aggiunse la viola del pensiero tra le pagine del libretto).
Nel 1907, superata qualche amarezza per l’attività pittorica che sembrava poi in ottima ripresa, il rapido declino della salute del padre cui era particolarmente legato, la morte della moglie con il figlioletto Pietro appena nato, l’allontanamento dagli amici, lo condussero a uno stato depressivo tale da togliersi la vita il 14 giugno, a soli 39 anni.