Opinioni

PIATTO DI LENTICCHIE

ROBERTO MOLINARI - 16/01/2026

Sono passate alcune settimane da quando è stato votato il bilancio di previsione 2026 del Comune di Varese e, come molti sanno, la sua approvazione è stata complicata per effetto dell’ostruzionismo portato all’eccesso dalla componente di minoranza leghista che ha presentato oltre 2000 emendamenti fotocopia.

Ma non voglio qui fare ricostruzioni di quello che è accaduto o soffermarmi sulle ragioni e sui torti dell’uno o dell’altro. Vorrei porre al centro di questa riflessione altro. La prendo un po’ da lontano. Se una persona nei giorni della discussione di dicembre scorso avesse osservato i social avrebbe trovato questo genere di affermazione: “Quelli del Pd di Varese si lamentano per i 2000 emendamenti della Lega, ma in Regione, il loro partito ne ha presentati 6000”.

Premetto, io non frequento i social perché sono un primitivo della comunicazione e perché, forse sbagliando, li ritengo il luogo ideale solo per i “leoni da tastiera” usi all’insulto gratuito. Quindi, come scrivevo poc’anzi, non sono interessato a fare ricostruzioni o sostenere ragioni di parte. Vorrei, invece, socializzare e porre al centro di una possibile riflessione il tema dello stato, della qualità della nostra democrazia anche e soprattutto rispetto alle assemblee rappresentative.

Ebbene, io dissento, in generale, da questo tipo di modalità, che sembrano ormai aver preso piede nelle assemblee elettive (consigli comunali, assemblee regionali o camere parlamentari ) e aver sostituito la politica. Così come dissento dalle motivazioni che sono poste a ragione di scelte di ostruzionismo di questa portata.

Si dirà che è solo così che l’opposizione (qualunque essa sia) può trovare ascolto da parte di chi governa in quel momento e ottenere qualcosa. Ma anche su questo ho qualche perplessità ed anzi penso che poi tutto si risolva con il classico piatto di lenticchie. Io penso che quando si è in una assemblea rappresentativa occorra tenere presente i limiti che l’azione deve avere e le sue conseguenze politiche. Occorre tenere presente che chi ha vinto le elezioni ha un mandato per governare e non per comandare, ma chi ha perso le elezioni non può pensare di rivalersi imponendo la cosiddetta “dittatura della minoranza”, “ o si fa come dico io o ti blocco i lavori “.

Insomma, ci sono dei limiti all’azione politica, amministrativa, legislativa che vanno sempre tenuti presenti altrimenti si ottiene solo il depauperamento della credibilità della politica e si mette a repentaglio la qualità della democrazia. E questo dovrebbe interrogare tutti.

La democrazia è per sua natura debole. Privilegia la logica del confronto, dell’ascolto anche delle ragioni dell’altro e sottolinea la differenza enorme tra il governare ed il comandare. Così come, in democrazia, le prove muscolari non servono a molto e neanche il bullismo dei numeri a discapito della ricerca del consenso allargato. Ed in ogni caso c’è anche l’esigenza di contemperare sempre il dovere di esercitare il proprio mandato per chi ha vinto le elezioni. Dunque la democrazia richiede l’elogio della pazienza, dell’ascolto e del compromesso.

Non voglio qui scrivere dell’ossimoro della “democrazia illiberale” esempio pertinente della quotidiana confusione prodotta ormai da decenni di propaganda ideologica. Né trovare giustificazioni all’attuale “debolezza democratica” nella rincorsa alla banalizzazione della politica da parte anche, ma non solo, di chi “governa” la comunicazione e ha rinunciato all’imparzialità e alla moderazione dei giudizi.

Ma, per ritornare all’inizio del ragionamento, penso che la credibilità di chi vuol proporsi come alternativa di governo, sia per il Paese sia per la città, passi anche e soprattutto dall’essere in grado di anteporre all’uso della forza dei numeri o della loro debolezza, il ragionamento politico, la socializzazione di proposte di senso e la capacità di costruire condivisione e soluzione ai conflitti politici e sociali. Se mancano queste caratteristiche, si dà una cattiva prova di sé, delle proprie presunte doti politiche e si palesa l’assenza di una cultura di governo, che è proprio quello che ci chiedono i nostri concittadini e gli italiani. Sia per il Paese, sia per la nostra città di Varese. Non conflitti esasperati, ma soluzioni ai problemi.