Parole

RAGE BAIT

MARGHERITA GIROMINI - 16/01/2026

Non è per amore degli anglicismi che offro qualche spunto sulla parola, anzi sull’espressione, “rage bait”, in italiano “esca per la rabbia”, scelta dall’Oxford Dictionary per l’anno 2025.

A differenza della parola “fiducia” individuata dalla nostra Treccani, evidentemente più ottimista sul nostro futuro, la “rage bait” della Gran Bretagna ci trascina nel mondo del web dove di giorno in giorno si alimenta la rabbia già abbondantemente presente nella società odierna.

L’Oxford Dictionary ci spinge a riflettere sull’aggressività verbale che transita sui social tra vicende pubbliche e private, tra foto, video, documenti, nella dimensione ambigua del vero e falso, secondo uno schema algoritmico costruito per provocare rabbia, indignazione, rivalsa, rancore, sentimenti che inducono il navigatore a reazioni emotive immediate.

Nella piazza virtuale si affollano quegli stati d’animo individuali e collettivi che vediamo scatenarsi alla guida, per strada, nelle file agli sportelli, nei pronto soccorso, nei posti di lavoro, nelle relazioni disturbate, luoghi dove di frequente non si parla, né ci si limita ad alzare la voce, ma si gridano e si urlano le proprie ragioni.

È indiscutibile che in giro per il mondo reale circola più rabbia di un tempo.

Tempo addietro la parola rabbia non era nemmeno tollerata nella mia classe delle elementari perché, ribadiva la maestra, la rabbia attiene ai cani, non agli umani, i quali al massimo “si inquietano”.

Per la maggioranza delle persone la rabbia era un’emozione privata, da tenere a bada e da gestire in proprio, evitando di collidere con gli altri. In ogni caso non era consentito dalle regole sociali superare i limiti della buona educazione.

Oggi siamo più consapevoli della distruttività della rabbia e sappiamo quanto sia più facile reprimere la rabbia che non riconoscerla.

Quando viene a galla spesso ci rifiutiamo di chiamare la nostra reazione con il suo vero nome, non accettiamo di esserne affetti, mentre invece dovremmo imparare a riconoscere dove la rabbia si annida per portarla all’esterno e canalizzarla, riducendone gli effetti negativi sia personali sia sociali.

Una psicanalista scrive ad un settimanale femminile per illustrare come un serio percorso terapeutico conduca al riconoscimento e al contenimento della rabbia: è una delle strade percorribili, ma troppo lunga e faticosa, oltre che costosa, che riesce a produrre effetti solo laddove si manifesti una reale presa di coscienza delle proprie emozioni.

La rabbia collettiva, quella che dilaga sui social e si accende come una miccia, ci arpiona come “un’esca” e si propaga con grande velocità alimentandosi della massa di commenti i cui autori restano protetti dall’anonimato. Il web istiga i partecipanti a sbloccare i freni inibitori, fa salire di tono, insinua commenti malevoli, induce a trasformarsi in inconsapevoli haters teleguidati dai fomentatori.

L’espressione “esca per la rabbia” mette a fuoco l’effetto nefasto dell’aggressività social: di commento in commento si può arrivare alla gogna mediatica, grazie alla facilità con cui si possono costruire fake news, video manipolati, catene di insulti e di invettive, fino alla diffamazione delle persone prese di mira.

Ci sono rimedi? Purtroppo non se ne conoscono molti di efficaci e di rapida esecuzione.

Ci si potrebbe affidare a una seduta in una “Rage room”, una “stanza per la rabbia” dove al costo medio di 40 euro per 15 minuti ci si può sfogare, senza danni per sé e per gli altri. Qui, muniti di una mazza da baseball, si possono rompere oggetti come vasi, bicchieri, stampanti, attrezzature elettroniche.

Funzionerà e per quanto?

Attendiamo intanto che la società, non solo quella inglese, sappia predisporre interventi istituzionali validi per disinnescare la “rage bait”.