Una volta quando sul lago arrivava la “buzza” era festa per tutti, adesso è solo un gran problema che dà fiato alle trombe delle solite polemiche.
Va chiarito per i non lacustri che la “buzza” sono i rami, i tronchi e più in generale tutto il materiale vegetale che finisce nel lago quando le grandi piogge strappano gli alberi dai costoni delle montagne: essi – trasportati da fiumi e torrenti – flottano a valle dove le correnti creano poi delle vere e proprie isole galleggianti, a volte perfino pericolose per la navigazione.
Dopo qualche giorno i venti spingono poi rami e tronchi verso riva dove restano arenati soprattutto perché, di solito, pochi giorni dopo le piene il livello del lago comincia a scendere lasciando tutto a secco.
Legna bagnata, ma che una volta veniva scrupolosamente raccolta, tagliata, messa ad asciugare e poi impegnata come prezioso combustibile soprattutto nelle case dei poveri, ovvero di quasi tutti quelli che erano gli abitanti sulle rive del lago.
Oggi – salvo che per qualche caminetto – la legna da bruciare non si usa più e non viene raccolta e così la buzza resta sulle rive finché con ruspe, ganci e gru non viene accumulata e smaltita.
Le piogge di queste settimane (il fenomeno di solito è più evidente ad inizio autunno) hanno scaricato a valle una ingente quantità di legna lasciando aperto il solito quesito su chi debba raccoglierla.
In teoria sarebbero i gestori delle rive a doverlo fare, ma poiché spesso le rive sono pubbliche la raccolta diventa un costoso “extra” per le amministrazioni comunali visto che – ovviamente – questi imprevisti sono fuori dagli appalti ordinari.
In attesa che la burocrazia si metta in moto non è poi certo un belvedere sulle spiagge, ma soprattutto è una vera e propria iattura per chi deve iniziare la stagione turistica, i campeggi o i cantieri nautici.
E pensare che, invece, una volta c’era una vera e propria organizzazione non solo per la raccolta a lago, ma addirittura per trasportare in questo modo i tronchi (le “borre” e le “borrette”) dalle valli fino alla foce dei fiumi dove squadre specializzate li recuperavano (tutti “segnati” per non avere discussione sulla loro proprietà) con barche e barconi facendone poi delle grandi cataste a riva.
Addirittura – tipico il caso in Valgrande – se la piena non arrivava si costruivano vere e proprie dighe provvisorie che creavano dei laghi a monte degli sbarramenti che ad un certo punto venivano fatti saltare (un lavoro pericolosissimo) e l’onda di piena.