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STUPOR MUNDI? MACCHÉ

ROBERTO CECCHI - 16/05/2025

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Come la maggior parte degli Italiani, anche io son rimasto incollato alla TV, per l’elezione del nuovo papa e, insieme a me, stando alle statistiche, c’era quasi l’83% dei telespettatori (includendo le all news e le dirette internet, probabilmente, si è andati oltre il 90%). E siamo rimasti sorpresi un po’ tutti, credo, per la scelta fatta dai cardinali, per il soglio di San Pietro, nella persona di Robert Francis Prevost, nato negli Stati Uniti, nell’Illinois, a Chicago, nemmeno 70 anni fa. Anche lui semisconosciuto ai più e, di fatto, come Francesco, venuto “dalla fine del mondo”, per riprendere quella la frase rimasta famosa, pronunciata da Bergoglio nel 2013, avendo vissuto per una ventina d’anni in Perù, dove nel lontano 1985 diventa cancelliere della diocesi di Chulucanas, nella sua prima missione da agostiniano.

Ha sorpreso anche perché non ha detto neanche una parola a braccio – salvo un breve saluto in spagnolo – eppure parla molto bene l’italiano e ha un eloquio facile, sciolto, come abbiam potuto sentire in un’intervista di poco tempo prima della sua elezione. Dunque, questa (insieme ad altre) è parsa subito una scelta chiara. Ascoltandolo parlare dalla Loggia delle Benedizioni di San Pietro, ha usato espressioni semplici, ma non voleva essere colloquiale, come lo erano stati talvolta i sui predecessori. Ha dato l’impressione di non voler lasciare nulla all’improvvisazione, di essere una persona solida, che ha un compito immane dinanzi a sé e, per questo, misura le parole in qualsiasi circostanza, lasciando poco spazio all’emotività.

Si sta discutendo molto, qui da noi, in Italia, del significato di questa scelta. E si è parlato subito di una elezione che avrebbe fatto perdere centralità all’Europa, avendo optato, per la seconda volta di seguito, per un papa che viene da mondi lontani, distanti dal centralismo dell’Occidente, che ha quasi sempre visto pontefici italiani o, tutt’al più, europei. Riflessioni che risentono un po’ di quella partigianeria calcistica che ormai contamina anche la politica, semplificando molto tutti i ragionamenti, riducendoli all’orticello di casa, e non tiene conto della complessità di un universo, come è quello della Chiesa, che ha il compito di amministrare una platea di quasi un miliardo e mezzo di fedeli, sparsi in tutto il mondo. Un compito, oggi, ancora più difficile che in passato, con la globalizzazione dei social, per i cui effetti qualsiasi parola, in un attimo, fa il giro del globo e può essere intesa in mille modi diversi.

Si sta discutendo molto anche per capire se quello appena iniziato sarà o meno un papato all’insegna della continuità con Francesco. A ben guardare, la personalizzazione, la scelta dei singoli, per la Chiesa, alla fine, appare un problema secondario, rispetto a quello degli obbiettivi da perseguire. La scelta di questo papa ha sorpreso solo chi, come chi scrive, non conosce a fondo lo svolgersi della vita ecclesiastica. I papati che hanno preceduto quello attuale, a partire da Wojtyla, non hanno affrontato solo il problema del “comunismo” in Polonia, ma avevano già percepito la scomposizione in atto, sul piano politico, tra Europa e Stati Uniti, quella che stiamo vivendo in questo momento e “sul piano ecclesiale e teologico tra la Santa Sede e il cattolicesimo made in Usa” (Faggioli 2025).

Papa Francesco ha sostenuto, per tutto il suo mandato, senza che questo apparisse più di tanto, un confronto aspro con il cattolicesimo anglo-americano, mosso da parole d’ordine come «legge e ordine». Non si è piegato a questi desiderata. Ha impresso un indirizzo di tutt’altra natura, di cui faceva parte anche quel suo eloquio, alle volte un po’ naïf, ma adatto a farsi intendere da chiunque, anche da chi non ha avuto modo di imparare a leggere e scrivere, tenendo ben ferme, con questo, le fondamenta dell’insegnamento del Concilio. Questo papa, Leone XIV, per la sua storia e per la sua formazione, dopo le spinte poderose impresse dai papati che l’hanno preceduto, sembra dare segnali di continuità col passato prossimo, ma vien da pensare che non avrà lo stesso stile e si preoccuperà soprattutto di dare concretezza agli indirizzi maturati negli ultimi anni. Si dedicherà, cioè, a strutturare nel profondo la nuova Chiesa che si va formando, come d’altra parte, è stato in tutta la sua storia. Speriamo.