Parole

ODIO NASCOSTO

MARGHERITA GIROMINI - 16/10/2026

Conosciamo le parole che esprimono il rifiuto dell’altro, ormai entrate nel linguaggio comune: remigrazione, prima i nostri, difendiamo i nostri confini, non possiamo accogliere tutti, gli stranieri non si integrano, vogliono sostituire la nostra gente.

Espressioni diverse, ma accomunate dall’idea che qualcuno minacci la nostra identità e il nostro benessere.

Ma esistono anche altre frasi, all’apparenza innocue, che riescono a insinuarsi nel discorso pubblico senza essere riconosciute come veicoli di pregiudizio.

Mantenere salda la nostra identità, difenderci dai soprusi, ristabilire l’ordine e rispettare le leggi sono obiettivi condivisibili: chi tra noi preferirebbe il disordine o vorrebbe rinunciare alle proprie tradizioni, alla cultura secolare del nostro Paese?

Il problema si presenta quando queste parole, ripetute soprattutto da politici in vista, suggeriscono con concetti più soft che la nostra identità è minacciata, che i nostri figli non possono più frequentare serenamente la scuola pubblica o che persino l’albero di Natale rischia di scomparire. Preoccupazioni che possono alimentare la percezione di vivere in una società assediata da oscure minacce.

Così le persone ritenute diverse diventano una categoria indistinta alla quale attribuire intenzioni e responsabilità comuni: si traccia una linea invisibile, ma sempre più netta, tra un «noi» da proteggere e un «loro» da tenere a distanza.

Non servono parole pesanti per alimentare un pregiudizio. Le difficoltà linguistiche di alcuni alunni stranieri, per esempio, possono diventare il pretesto per riproporre classi separate, anziché chiedere risorse e strumenti che garantiscano a tutti un’istruzione di qualità.

Lo stesso accade quando si attribuisce agli stranieri l’aumento della criminalità, il sovraffollamento delle carceri o la scarsità di case popolari e di sussidi. Sono affermazioni che richiedono dati verificabili, ma nel frattempo, presentate come verità indiscutibili, veicolano forzate contrapposizioni tra italiani svantaggiati e stranieri privilegiati.

Anche il possesso della cittadinanza mette in luce le incongruenze dei principi di appartenenza.

Da una parte i bambini nati e cresciuti in Italia, che parlano italiano e frequentano le nostre scuole, non diventano cittadini a tutti gli effetti. Dall’altra vige a tutt’oggi il diritto basato sullo ius sanguinis, che consente il riconoscimento della cittadinanza a discendenti di italiani nati e vissuti all’estero.

Non si vuole affermare che ogni richiamo alla sicurezza, all’identità o al rispetto delle leggi nasconda necessariamente un pregiudizio, ma è certo che servono più cautela e più oggettività per individuare le reali intenzioni di discorsi all’apparenza neutri.

È necessaria una maggiore attenzione al linguaggio di chi vuole evidenziare i problemi dell’accoglienza, perché si rischia di consolidare l’uso di parole che condannano l’intera categoria delle persone straniere a farsi portatrici della minaccia che ci pare di cogliere nel nostro vivere quotidiano.

Le parole che giustificano l’odio non sempre contengono espliciti insulti, non sempre dichiarano apertamente la scelta dell’esclusione. Talvolta usano il tono rassicurante del buon senso comune, che appare come una forma di prudenza e riesce ad alimentare sospetto e paura, consolidando i pregiudizi sulla presenza di persone “diverse”.

Ma soprattutto chiediamoci se non ci stiamo assuefacendo a ritenere normali parole che sottintendono intolleranza.