L’occasione è ghiotta. Il 7 ottobre, nelle stesse ore in cui la Fondazione Gimbe presenta alla Camera il 9° Rapporto sul Servizio sanitario nazionale e sulle sue (cattive) condizioni, Confindustria Varese propone un confronto su un tema sempre più sentito: come organizzare la “economia della longevità”. L’iniziativa è della sezione Sanità, coordinata da Claudio Pucci, alla guida del Centro Polispecialistico Beccaria, una delle maggiori strutture della sanità privata varesina. È un’economia che cresce a vista d’occhio e crea problemi enormi, ma anche notevoli opportunità per chi sa giocare bene le proprie carte.
“Siamo davanti a qualcosa che nei tempi moderni non si era mai visto: le nuove generazioni hanno per la prima volta la concreta prospettiva di stare peggio di quelle che le hanno precedute. Le conseguenze sono anche un impoverimento di una società dove i redditi si comprimono e molto spesso i giovani si trovano a dover contare sui patrimoni di chi in famiglia è venuto prima di loro, con un gigantesco trasferimento di risorse”. A dirlo è Andrea Venegoni, professore associato di Economia politica alla LIUC di Castellanza, l’università di Confindustria Varese.
L’accostamento locale non è casuale. Non solo per i legami tra l’università e gli industriali varesini, ma anche perché i dati Gimbe fotografano una sanità in affanno. La spesa sanitaria pubblica italiana vale ormai appena il 6,2% del Pil, contro il 7,1% della media Ocse, a cui si aggiunge un 2,2% a carico dei privati. E il personale manca. La Lombardia è sotto la media nazionale per numero di infermieri in rapporto agli abitanti, e Varese sta, se possibile, ancora peggio: risente del richiamo della Svizzera, che attrae personale sanitario di ogni tipo, formato in Italia ma con la valigia in mano. I concorsi deserti ne sono la prova.
Il “mercato” c’è, non c’è dubbio. Basta guardare ai movimenti registrati in questi anni a Varese e dintorni. Per citare solo i principali: la rinascita, con una nuova proprietà, della clinica La Quiete, fallita nel 2017; il salto di qualità della Clinica Isber e della casa di cura Le Terrazze di Cunardo; la corsa del Beccaria; l’acquisizione del Centro Medico SME da parte del Centro Diagnostico Italiano, del gruppo Bracco; l’arrivo di Humanitas, che ha rilevato lo storico Centro Diagnostico Varesino. Per non parlare dei nuovi ingressi nel campo delle RSA.
Le previsioni dell’Istat, del resto, parlano chiaro. La popolazione delle maggiori città, Varese e Busto Arsizio, e quella dell’intera provincia cambieranno di poco nei prossimi anni: l’immigrazione, da altre regioni e dall’estero, compenserà quasi del tutto il calo naturale, ma darà una popolazione diversa. Nel 2043, quando diventeranno maggiorenni i bambini nati nel 2025, la popolazione della provincia in età di lavoro (15-64 anni, secondo le statistiche) scenderà di cinque punti percentuali, dal 61,6 al 56,6%: come se sparisse una città come Gallarate. Quella sopra i 65 anni passerà invece dal 27 al 32%, e gli ultraottantenni saranno più di un decimo. Una rivoluzione con conseguenze a più livelli.
La prima è sanitaria. Come ha sottolineato alla tavola rotonda, che si è tenuta a Materia, lo spazio di VareseNews a Castronno, Andrea Riganti, ricercatore di Scienza delle Finanze all’Università dell’Insubria, “se a 65 anni è frequente una morbilità cronica” – per esempio l’ipertensione o il diabete – “a 80 queste sono frequentemente tre o quattro”. La seconda è economica: se la demografia ci regala sempre più pensionati e meno lavoratori, gli incrementi di produttività rischiano di essere “mangiati” dal calo degli addetti. Infine ci sono le conseguenze relazionali, che a loro volta influiscono sulla qualità della vita.
Da qui l’invito di un’altra specialista, la cardiologa Stefania Cataldo: accanto alla prevenzione, occorre superare il concetto, ormai a sua volta “invecchiato”, di “silver economy” e passare a quello del benessere funzionale e della “salute nella longevità”. Insomma, “non basta rallegrarsi perché si vive più a lungo”: occorre domandarsi anche come saranno questi anni in più, guadagnati da un’aspettativa di vita che supera ormai in media gli 83 anni (ed è ancora più lunga per le donne).
E torniamo alle criticità sollevate dal rapporto Gimbe. Una popolazione più anziana non richiederà soltanto, come sottolinea Venegoni, approcci diversi da parte delle aziende, volti a costruire relazioni di lungo periodo con i propri clienti. Richiederà anche e soprattutto una sanità che prenda atto di una realtà nuova e scomoda, con nuovi paradigmi di spesa sanitaria e di intervento pubblico. Che l’Italia, il paese più anziano d’Europa, sia anche il fanalino di coda del G7 per la spesa sanitaria pubblica pro capite dovrebbe porre più di un interrogativo. Secondo il rapporto Gimbe, nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una visita o un esame: circa 4 milioni per i tempi di attesa e 3,1 milioni per motivi economici (si potevano indicare entrambe le cause, quindi i due dati non si sommano).
Più volte, nel corso dell’incontro confindustriale, è risuonato l’invito a non vedere pubblico e privato come antagonisti. Ma il tema dell’invecchiamento, a partire dalle politiche per le RSA e per l’assistenza domiciliare, per quanto impopolare (non porta automaticamente voti), non può più essere eluso.