Abbiamo tutti presenti i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, quel ‘romanzetto”, meravigliosa opera di lunga gestazione, rimasta nei secoli. A ricordarci, attraverso la travagliata vicenda dei protagonisti, come va la storia e come stanno veramente le cose quando le si racconta nel modo giusto.
Mi sento in questo momento di mandare un grande grazie a Don Lisander, che rivedo, attraverso i racconti postumi di scrittori locali, mentre bazzica anche la nostra terra, in quel di Casciago a Villa Stampa. O reduce da una salita al Sacro Monte. O quando ancora a Milano, negli ultimi anni della sua vita ormai giunta al traguardo, regala una carezza a un bambino che sarà ottimo giornalista a Varese: Giovanni Bagaini. Gli sfiora la guancia, con la richiesta di portare un bacio per lui alla Madonna di Santa Maria del Monte.
Il nome del prescelto è rimasto anche nella toponomastica locale. Lo conoscete spero, almeno voi varesini ‘purosangue’, perché il suo bel giornale, la “Cronaca Prealpina”, il Bagaini lo fondò nel 1888. E lo guidò finché la mano fascista non lo estromise, mettendolo alla porta come uno straccio.
Ma me lo ritrovo, il Manzoni, anche quando vado sul mio caro lago, il Verbano. E osservando da Pallanza la sponda opposta, ripenso ai suoi incontri a Stresa con il filosofo e religioso Antonio Rosmini. Con lui dialogava, e soprattutto ragionava, su quella Patria ‘ bella e perduta’, per dirla con il loro comune amico Verdi.
Perseguitato dalla polizia, dai suoi fidati ‘baffi di capecchio” e da ‘quei musi davanti a Dio diritti come fusi’- secondo Giusti così era la maschera facciale dell’impero austroungarico- il Manzoni si era rifugiato a Lesa. Dove soggiornava nella casa di Teresa Stampa, sua seconda moglie dopo l’amata Enrichetta Blondel, scomparsa troppo giovane. Tra Lesa e la vicina Stresa correvano spesso le carrozze che accoglievano quelle teste fini, come racconta anche il bravo “cronista” e altro amico illustre Ruggiero Bonghi.
Manzoni ha fatto, anche su quelle sponde, la sua rivoluzione. Perché sì, era un rivoluzionario, solo che la sua arma era un libro: un romanzo dedicato a tutti. Il manifesto politico stava tra quelle pagine e in quella lingua, depurata al meglio, e rivolta all’attenzione popolare.
Vi parlo e scrivo di lui perché dopo le belle immagini degli Ungheresi in piazza, nella notte del 12 aprile, dopo la sconfitta di Orbàn, non si può non pensare come spesso la storia sappia prendere il verso giusto. Seguendo i suoi corsi e ricorsi, scuotendo la coscienza morale degli uomini, cui si rivolgeva il Manzoni, che, se a volte pare essersi persa, torna a prevalere anche nei momenti più bui.
Nel ‘romanzetto’ di don Lisander i ‘bravi, don Rodrigo e le arroganze dei potenti alla fine sono smascherati e i due promessi possono finalmente coronare il loro sogno.
Manzoni è stato un rivoluzionario pacifico e la politica dovrebbe ispirarsi all’insegnamento di un così grande maestro. È guardando al Vero che gli uomini di buona volontà conoscono, e cominciano sempre più a capire. Ed è usando una lingua unificante, sincera, comprensibile a tutti, che si possono vincere i contrasti.
Oggi il mondo ha questa possibilità di parlare una sola lingua: grazie alla rete già lo facciamo, avendo imparato a comunicare tra noi, anche a distanza. E in situazioni di difficoltà.
Il mondo intero ha voglia e bisogno di giustizia e di pace, come ci ha insegnato Manzoni. Non degli azzeccagarbugli o degli spacconi alla don Rodrigo. Desidera usare il cuore e non la spada.
E la globalizzazione, se vogliamo capirlo, non è solo un catino vuoto da riempire ad uso degli oligarchi. Una greppia dove rimbombano il tintinnio delle monete e le voci concitate delle borse in rialzo o in caduta libera: può essere un campo verde, un prato utile a dar fiato alle trombe dei giusti, armati della loro mite, ma lungimirante e costruttiva intelligenza. Della loro voce unica, sincera e interessata a tutti gli uomini, soprattutto i deboli e i calpestati.
Che continua a correre da un capo all’altro del mondo. Come una colomba di pace e di rivoluzione disarmata, s’eleva, libera e leggera, sopra al diluvio universale del sangue degli innocenti.
“Ma cosa è la storia senza la politica? Una guida che cammina, cammina con nessuno dietro che impari la strada, e per conseguenza butta via i suoi passi. Come la politica senza la storia è uno che cammina senza guida” (da I Promessi Sposi”)