Apologie Paradossali

INCONTRI PERDUTI

COSTANTE PORTATADINO - 17/04/2026

(S)Se si chiede ad un imprenditore qual è il problema di più difficile soluzione, risponde il lavoro dei giovani, se lo si chiede ad un insegnante, risponde che è l’emergenza educativa. Avevamo già segnalato che il suicidio è la seconda causa di morte tra i minorenni e il tasso di omicidi commessi da minorenni è passato dal 4% nel 2023 all’11,8 nel 2024. Forse occorre cercare qualche ragione più profonda di una dipendenza da social/smartphone, di una insoddisfazione da pancia piena e testa annoiata o al contrario da frustrazione da sogni svaniti.

(O)Se prendiamo in un solo colpo tutti i problemi giovanili, finiamo in un labirinto. Se vogliamo guardare a come i giovani approcciano il loro futuro, il tema da affrontare è quello del lavoro. Mi rendo conto che questo vuol dire, almeno apparentemente, trascurare il tema della famiglia, quasi ignorassimo che essa non è più la stessa di pochi decenni fa, non è più tradizionale, anche nel senso che non trasmette più i propri valori. In famiglia il lavoro dei genitori è sempre stato in funzione dei figli, ma spesso anche i figli maggiori di famiglie numerose si assumevano il compito di lavorare in funzione delle esigenze della famiglia. Oggi non è più così, se non forse per chi parte da posizioni difficili, come immigrati. Non deve stupire, tanto meno scandalizzare se il giovane pensa al futuro lavoro in funzione di se stesso, di aspettative di remunerazione, dal prestigio, di disponibilità di tempo libero, di assenza di costrizioni di orario e di fatica fisica.

(S)So bene che non è più il tempo dell’Albero degli zoccoli, quando il ragazzino dice “andrò io a lavorare, affinché mio fratello non vada all’orfanotrofio”. Ma non è solo la presenza di un pur debole Sato sociale o di discreta affidabilità del mercato del lavoro che orienta le scelte. Da tempo la tecnica promette l’affrancamento dalla fatica, ma la questione sta esplodendo con l’avverarsi delle promesse dell’Intelligenza artificiale, che cancella la necessità della memoria, quindi l’appartenenza ad una storia e quasi la necessità della competenza. Non ci sono “segreti del mestiere” da tramandarsi di padre in figlio. Si vive in un eterno futuro prossimo, il presente non arriva e non passa, non genera certezze.

(C)Fermarsi al punto da voi rilevato sarebbe una vera sconfitta di civiltà. Il lavoro, come l’amore sono fini importantissimi, ma non fini ultimi. Né la “ditta”, né la famiglia sono mai bastate a soddisfare interamente la vita e non possiamo rimpiangere quel tempo in cui potevano sembrare esaurienti. Non sono il fine, sono le due scene principali del dramma della vita, se non capitano quei guai peggiori che chiamiamo tragedie o guerre. Però su questi palcoscenici andava in scena il dramma della libertà e della responsabilità, i nostri personali Malavoglia o Promessi Sposi, Ciascuno ne ha vissuto un istante e ci hanno fatto capire che amore e lavoro erano le grandi necessità della vita perché ci facevano incontrare l’altro da sé.

Oggi la morale corrente, dettata dai media e dai social, è l’onnipotenza senza limiti, possibilità del progresso infinito e la ricerca del colpevole se la promessa non si avvera con facilità. Va in controtendenza antagonistica rispetto alla morale dei limiti, della consapevolezza che non sono fatto da me, che l’ostacolo è proprio ciò che nasconde, custodisce e alla fine rivela il valore.

(O)Questa condizione si chiama narcisismo. Ma così poni un problema educativo gigantesco; per uscirne dovresti ribaltare scuola, famiglia e officina/ufficio.

(C)Certo! È il problema educativo, che, sissignori, è diventato anche compito del “mondo del lavoro”, oserei dire più del sindacato che del capitale. Se non è si è capaci di dignità nell’incontrare l’altro da sé nell’ amore e nel lavoro ci si condanna ad una sconfitta continua. Nessuno ne è capace per proprie forze, occorre un rapporto consistente, duraturo, autorevole. Ma come renderlo efficace? Forse ancora peggiore è il risultato che proviene dalla formula opposta, variamente perseguita nel mondo comunista e in quello islamico, della sottoposizione della persona al criterio unico collettivo, stabilito dall’autorità, precostituita e indiscutibile.

(S)La soluzione non arriva nemmeno dall’immigrazione da stati poveri di lavoratori disposti ai lavori manuali, faticosi e sporchi, disprezzati quassù. Una borraccia, pochi soldi e uno smartphone, chi arriva ce l’ha fatta. La spinta che muove quei giovani è l’illusoria scommessa sulla facilità della vita in Europa o nel Nord America; la stessa che ha mosso la migrazione interna dalla Cina delle campagne alle megalopoli sulla costa, dal nord-est del Brasile alle favelas delle megalopoli. Questa non è la soluzione per nessuno, né per loro, per il prezzo in termini di vite perdute e il rischio di identificazione al modello “occidentale” che sono devastanti, né per l’Europa scarsa di lavoratori manuali, che tali saranno solo in conseguenza del fallimento di più alte aspettative.

(C)Non c’è una bacchetta magica, nel futuro e nemmeno nei modelli del passato. Direi che educare al lavoro è la sfida più grande per gli Stati e per le organizzazioni multilaterali, per le religioni e per la cultura, per l’ecologia e per la scienza, per il capitale e i lavoratori. Ci sarebbe bisogno di pace e di unità d’intenti. Ma se sbeffeggiano persino il Papa…

(S)Sebastiano Conformi (O)Onirio Desti (C)Costante