Pennsylvania Avenue

KAMALA, ANCORA TU?

FRANCO FERRARO - 17/04/2026

Quello che si è svolto a New York la scorsa settimana è stato il primo, vero appuntamento nel quale alcuni potenziali candidati democratici per le presidenziali 2028 si sono sbilanciati sulla partecipazione alla corsa per la Casa Bianca. Nessuno ha ancora annunciato ufficialmente la propria candidatura, ma il panorama non ufficiale dei runner democratici sta prendendo forma, ed è piuttosto vasto. Qualcosa di più si è cominciato a capire proprio alla National Action Network Convention del reverendo Al Sharpton, un incontro annuale di leader della società civile, attivisti ed elettori afroamericani. A sorpresa, chi ha suscitato maggiore entusiasmo è stata l’ex vicepresidente Kamala Harris. La sconfitta nel 2024 brucia ancora, ma Harris vorrebbe riprovarci.

Con quali chances? Più quelle figlie dell’impopolarità di Trump che per il reale peso della ex vice di Joe Biden. Un peso leggero, come ha dimostrato durante tutta la campagna elettorale di due anni fa. Ricordo un’intervista sulla Abc. Alla domanda della giornalista: “Avrebbe fatto qualcosa di diverso dal presidente Biden negli ultimi quattro anni?”. La risposta fu imbarazzante: “Non mi viene in mente niente, niente”. Non un’idea, una proposta, un progetto, minimamente diversi, anche per sottolineare un’autonomia di pensiero rispetto al presidente. Nessuna impronta personale. Niente. Al di là della comunicazione, Harris non è mai stata in grado di dare risposte ai tre nodi cruciali: economia, immigrazione, criminalità. Quelli decisivi, tanto per intenderci, soprattutto il primo. Preferì seminare concetti sul terreno elettorale del clima e dell’ideologia woke, temi lontani da buona parte del popolo americano.

La senatrice democratica Dianne Feinstein, commentando la sua designazione sottolineò così la sua totale inesperienza: “A Washington non conosce nemmeno un idraulico”. Contro di lei anche i numeri. Nel 2020 uscì dalle primarie dem con una manciata di voti, surclassata dai vari Buttigieg, Bloomberg, Warren, Sanders. Un flop che neppure lei si aspettava. Spesso un outsider fa tesoro dei propri errori, Harris no. Da vicepresidente era incaricata di gestire l’immigrazione. Non pervenuta. Zero proposte, zero ricette. Ancora imbarazzante quando, nel suo primo viaggio all’estero dopo aver assunto l’incarico, in Guatemala, si limitò a dire ai migranti: “Non venite, non venite”. Quattro anni alla Casa Bianca senza lasciare un segno. Non sappiamo come sarebbero andate le cose se, anziché quattro mesi, Harris avesse potuto fare una campagna elettorale più lunga. Ma la leadership o ce l’hai o non ce l’hai, il tempo non te la inocula. In ogni caso, se sarà lei a sfidare Trump è meglio che studi a fondo l’economia e ripassi immigrazione e sicurezza. Sottolinei con vigore i clamorosi errori di Trump, dai dazi alla guerra in Iran, due boomerang letali per lo stato di salute dell’economia americana. Lasci stare aborto e clima. E non sia divisiva, come ha dimostrato di essere, ad esempio, nel suo ultimo libro “107 giorni”, dedicato alla sua breve campagna elettorale del 2024.

Un libro in cui non è stata tenera con molti compagni di partito e probabili candidati, tra cui il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro e l’ex segretario ai Trasporti Pete Buttigieg, e se tornasse a correre potrebbe non averne il sostegno. “Se questo doveva essere il lancio della campagna elettorale, non credo che sia andato a buon fine. Se qui c’è una strategia politica, è pessima” ha commentato David Axelrod, consigliere senior di lunga data dell’ex presidente Barack Obama. Credo abbia ragione. Come credo avesse ragione Harry Truman quando sosteneva che “un leader nel Partito Democratico è un capo, nel Partito Repubblicano è un leader”. E a me sembra che Harris, oggi, non sia né l’uno né l’altro.