Due rumors epocali. PRIMA BOTTA. L’attacco del Presidente americano al Papa americano. Non ci fossi stato io alla Casa Bianca, Prevost mica si sarebbe insediato in Vaticano dice Trump. Sciagurato e ridicolo insieme. Capisce zero, il Bombarder in chief, delle magherie pontificie. Ove per magherie, absit iniuria, s’intende la qualità del tessuto politico/sociale della Chiesa. Roba d’eleganza, raffinatezza, stile celeste. Che cuce il presente con passato e futuro. Usando l’ago bimillenario di cui essa sola dispone, made by Spiritus Sanctus. Ma la rozzezza al comando Oltreatlantico non riesce a leggere gli attimi della storia. A capire la sensibilità cattolica. A comprendere che l’America di Leone è l’America del mondo, e il mondo è l’America. E uno son tutti. E tutti sono uno.
Troppo difficile per la facoltà analitica del tycoon. Che di sbagli ne sta commettendo un’interminabile fila, e questo è il peggiore. Racconta d’un uomo irresponsabile, disavvezzo al realismo, arrogante, Magalomane eccetera. Riesce perfino a seminare motivi di rivalsa patriottica in terrificanti autocrazie, a distruggere relazioni istituzionali di lunga data (pure con l’Italia), a far disprezzare gli Stati Uniti fondatori della moderna democrazia da chi fino ad oggi ha avuto mille ragioni per apprezzarli. La squallida uscita versus Prevost sancisce il declino struggente/orribile del repubblicano che almeno metà dei repubblicani vorrebbe non aver mai insediato a Washington. Rimane la speranza (1) che le elezioni autunnali di mid-term -quando si rinnoverà il Congresso e se non saranno cassate con la scusa dell’emergenza bellica- restituiscano all’Amministrazione Usa la saggezza in toto smarrita; e/o rimane la speranza (2) che The Donald ne combini d’ulteriori e così ciclopiche da venir cacciato prima del tempo per mano di coloro che ne avevano favorito l’ascesa.
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Due rumors epocali. SECONDA BOTTA. Lo sconfittone dell’ungherese Orbàn, mandato a casa dopo 16 anni di democrazia illiberale (ma che folle definizione) dal suo ex fedelissimo Magyar. Le rivoluzioni-top son proprio queste: esplodono dentro e non fuori il potere. Qui il potere era un sovranismo nato in uggia ai comunisti post-sovietici e poi divenuto movimento contro-europeo pur godendo dei quattrini Ue, e filoputiniano pur con la Russia da quattro anni imperversante con tank bombe e altro sull’Ucraina, e dispotico il tanto d’illusorio utile ad acquisire simpatie tra i finti nemici delle regole anti-dispotismo. Orbàn era un ostacolo al miglior funzionamento di Bruxelles-Strasburgo, inquinava con la sua rete d’amicizie lo sviluppo della destra really liberal nei Paesi dell’Unione (noi compresi, purtroppo), rappresentava un pessimo modello per chi fra i Ventisette fosse tentato d’ottenere profitti economici senza pagar pegno politico. Ora la musica cambierà, come si nota (si nota, ecco) dai toni già mutati in Italia, e qui e là, e su e giù nel Vecchio Continente divenuto di colpo Nuovo. Nuovo, oddio. Per ora un cicinino di più, poi chissà. Certo il radicalismo di destra ne esce a pezzi, ed è una buona notizia. C’è bisogno del contrario. D’una destra che sia meno cieca di quella degli Orbàn e sappia guardare il mondo con gli occhi del conservatorismo illuminato, del moderatismo trasversale, del riformismo antropologico (sic: per rinnovarci, ci vuole un neo-umanesimo). È la destra che non piaceva al deposto capo d’Ungheria e non piace al maldisposto capo d’America.