Editoriale

MALDESTRI

MASSIMO LODI - 17/04/2026

Due rumors epocali. PRIMA BOTTA. L’attacco del Presidente americano al Papa americano. Non ci fossi stato io alla Casa Bianca, Prevost mica si sarebbe insediato in Vaticano dice Trump. Sciagurato e ridicolo insieme. Capisce zero, il Bombarder in chief, delle magherie pontificie. Ove per magherie, absit iniuria, s’intende la qualità del tessuto politico/sociale della Chiesa. Roba d’eleganza, raffinatezza, stile celeste. Che cuce il presente con passato e futuro. Usando l’ago bimillenario di cui essa sola dispone, made by Spiritus Sanctus. Ma la rozzezza al comando Oltreatlantico non riesce a leggere gli attimi della storia. A capire la sensibilità cattolica. A comprendere che l’America di Leone è l’America del mondo, e il mondo è l’America. E uno son tutti. E tutti sono uno.

Troppo difficile per la facoltà analitica del tycoon. Che di sbagli ne sta commettendo un’interminabile fila, e questo è il peggiore. Racconta d’un uomo irresponsabile, disavvezzo al realismo, arrogante, Magalomane eccetera. Riesce perfino a seminare motivi di rivalsa patriottica in terrificanti autocrazie, a distruggere relazioni istituzionali di lunga data (pure con l’Italia), a far disprezzare gli Stati Uniti fondatori della moderna democrazia da chi fino ad oggi ha avuto mille ragioni per apprezzarli. La squallida uscita versus Prevost sancisce il declino struggente/orribile del repubblicano che almeno metà dei repubblicani vorrebbe non aver mai insediato a Washington. Rimane la speranza (1) che le elezioni autunnali di mid-term -quando si rinnoverà il Congresso e se non saranno cassate con la scusa dell’emergenza bellica- restituiscano all’Amministrazione Usa la saggezza in toto smarrita; e/o rimane la speranza (2) che The Donald ne combini d’ulteriori e così ciclopiche da venir cacciato prima del tempo per mano di coloro che ne avevano favorito l’ascesa.

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Due rumors epocali. SECONDA BOTTA. Lo sconfittone dell’ungherese Orbàn, mandato a casa dopo 16 anni di democrazia illiberale (ma che folle definizione) dal suo ex fedelissimo Magyar. Le rivoluzioni-top son proprio queste: esplodono dentro e non fuori il potere. Qui il potere era un sovranismo nato in uggia ai comunisti post-sovietici e poi divenuto movimento contro-europeo pur godendo dei quattrini Ue, e filoputiniano pur con la Russia da quattro anni imperversante con tank bombe e altro sull’Ucraina, e dispotico il tanto d’illusorio utile ad acquisire simpatie tra i finti nemici delle regole anti-dispotismo. Orbàn era un ostacolo al miglior funzionamento di Bruxelles-Strasburgo, inquinava con la sua rete d’amicizie lo sviluppo della destra really liberal nei Paesi dell’Unione (noi compresi, purtroppo), rappresentava un pessimo modello per chi fra i Ventisette fosse tentato d’ottenere profitti economici senza pagar pegno politico. Ora la musica cambierà, come si nota (si nota, ecco) dai toni già mutati in Italia, e qui e là, e su e giù nel Vecchio Continente divenuto di colpo Nuovo. Nuovo, oddio. Per ora un cicinino di più, poi chissà. Certo il radicalismo di destra ne esce a pezzi, ed è una buona notizia. C’è bisogno del contrario. D’una destra che sia meno cieca di quella degli Orbàn e sappia guardare il mondo con gli occhi del conservatorismo illuminato, del moderatismo trasversale, del riformismo antropologico (sic: per rinnovarci, ci vuole un neo-umanesimo). È la destra che non piaceva al deposto capo d’Ungheria e non piace al maldisposto capo d’America.