Economia

SÌ, NO, FORSE

SANDRO FRIGERIO - 17/04/2026

Si paga, non si paga? Colpo di spugna o prospettiva di dover pagare pure le annualità pregresse? Il “pasticciaccio brutto” non “de Via Merulana” (come da romanzo di Carlo Emilio Gadda) ma della Lombardia e soprattutto di Varese e Como, si fa più intricato. Come molti ricorderanno, fin dalla Finanziarie 2024, il governo aveva introdotto un “contributo” obbligatorio a carico dei frontalieri assunti prima della data del 17 luglio, cioè dell’entrata in vigore dei nuovi accordi fiscali italo svizzeri. Soggetti coinvolti: circa 90 mila frontalieri, per un terzo in provincia di Varese, ai quali la nuova normativa chiede una quota imprecisata ma compresa tra il 3 e il 6% dello stipendio (al netto delle tasse svizzere). Destinatari sono le regioni di confine – in primis la Lombardia – con lo scopo dichiarato di concorrere a finanziare la sanità locale. In soldoni – una cifra che per i più sarebbe di 200 -250 euro al mese.

Finora però, a parte le polemiche, ben poco si è visto e la novità di queste ore viene dalla riposta fornita dal presidente della Regione Lombardia, il varesino Attilio Fontana che parallelamente alle autorità confederali Svizzere, esprime la posizione della Regione, sostanzialmente lavandosene le mani. Posizione della Regione: “La norma statale è vincolante. Siamo tenuti ad applicarla”. Posizione di Berna: “L’accordo italo svizzero, che non menziona contributi extra, è un accordo internazionale e quindi prevale sulla legge nazionale”. Insomma: totale disaccordo. Se nonché, la materia non è propriamente fiscale e quindi si è di nuovo punto a capo, mettendo in difficoltà anche chi aveva formalmente sollevato il dubbio, cioè l’UFIS, l’Unione Frontalieri Italiani in Svizzera.

La realtà è che in materia discale e relativi accordi, Svizzera e Italia parlano due lingue diverse. Mentre la sanità italiana è pagata con una quota dei proventi fiscali – in pratica da tutti i contribuenti. In Svizzera riguarda tutti (premio ridotto fino a 18 anni) ed è molto salata: 300 – 450 franchi. Una famiglia paga facilmente 1000 franchi al mese. Insomma: una spesa che aumenta di molto il carico fiscale complessivo, ma che pagano solo i residenti, come ha avuto modo di sottolineare in consiglio comunale a Varese Emanuele Monti (Lega il presidente della Commissione Welfare della Lombardia), che è anche membro del Consigli dell’AIFA, l’Agenzia nazionale del Farmaco. Il “vecchio” frontaliere paga meno tasse in Svizzera, anche perché non è compresa la sanità, e non le paga in Italia. Né le pagano, come invece le pagherebbero in Svizzera eventuali famigliari a carico, perché in Italia la sanità è finanziata dalle imposte.

In soldoni: un contribuente con 65 mila euro (stipendio medio del frontaliere) in Italia pagherebbe circa 20 mila euro di tasse (addizionali comprese) e 6.000 di quota INPS, contro i 6.500 e altri 6.000 di contributi a suo carico (pensione, disoccupazione ecc.) che paga in Svizzera.
Il quadro cambia per i nuovi assunti che pagano tasse in Svizzera e – previa detrazione forfettaria di 10 mila euro dell’imponibile – versano poi la differenza in Italia rispetto alla tassazione italiana “piena”, un quadro assai meno favorevole.

Il balzello in realtà non è ancora partito. Manca una normativa regionale che fissi gli importi, anche i dati reddituali sono incerti. Verrebbe incontro anche alle aziende locali, che hanno a che fare con la concorrenza fiscale ed è ovviamente poco gradito ai “vecchi “ frontalieri, che però rischiano anche di pagare gli arretrati dal 2024 (entrata in vigore della norma). Critici anche i consiglieri regionali PD Astuti e Orsenigo. Ma di quanto si tratterebbe? L’aliquota non è ancora decisa (tra il 3 e il 6%), ma si può ritenere che si tratti di 200 – 300 euro al mese per la gran parte dei frontalieri.

La sola Lombardia spende 21 miliardi l’anno per la sanità. Il contributo (ca 250 milioni) potrebbe incidere per circa 1%. Se però fosse concentrato nelle province di Varese e Como (1,5 milioni di abitanti), si potrebbe parlare del 3-5%. Ben più trascurabile la quota che andrebbe a Piemonte e Valle d’Aosta, che infatti non intendono applicare il balzello, che a loro porterebbe ben poco. Cosa che invece, presa tra imbarazzo politico e necessità economiche (vista anche ha la fuga di personale sanitario attratta dalle ben più alte retribuzioni ticinesi), farebbe volentieri la Lombardia.

La partita è ancora aperta. E non sarà di facile soluzione. Intanto, in Ticino (il cantone con i livelli retributivi più bassi della Confederazione), i frontalieri hanno smesso di crescere: nell’ultimo anno, mentre nel complesso della Svizzera, hanno superato i 400 mila (più della metà sono Francesi, nella zona di Ginevra), gli italiani sono scesi dell’1,4% a marzo 2026. L’incertezza la fa ancora da padrona, ma forse l’idea che chi guadagna molto di più, non paghi di meno per lo stesso servizio non è poi campata per aria. E non è il caso di farne un’arma elettorale.