Lasciata l’Algeria, per la prima volta visitata da un papa, in questi giorni Leone XIV sta incontrando le comunità cattoliche di Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, paesi dilaniati dalla violenza e dalla povertà dove la Chiesa ha un seguito importante e semina tante vocazioni. Prima di Pasqua sono stato confessato da un camerunense. “Ci salverete voi”, gli ho detto. E lui: “Tutti abbiamo bisogno di essere salvati”. Splendido.
Attraverso le tappe algerine Prevost ha cominciato a rendere concreta la sua volontà di costruire ponti con l’Africa musulmana, come fece San Francesco otto secoli fa. Il suo pensiero fisso è la pace, a favore della quale sta promuovendo iniziative a tutto campo. Le “armi” a sua disposizione sono la preghiera, i contatti diplomatici, gli aiuti alle popolazioni che soffrono. E poi ci sono gli interventi, sempre più chiari e incisivi, come dimostrato dall’argomento che ha tenuto banco per tanti giorni sui media di tutto il mondo: le tensioni con l’amministrazione americana culminate con il pesante, scomposto, confuso attacco mediatico di Trump di alcuni giorni fa. Papa Leone aveva definito “inaccettabili” le minacce trumpiane di distruggere l’Iran ed esortato all’azione anti-guerra i politici del Congresso. Si era spinto insomma molto in là. Ma il presidente, votato da cattolici e con collaboratori cattolici, si era trattenuto in una prima fase dal commentare, lasciando l’onore di esprimere il non gradimento a qualche esponente della sua cerchia. Poi, alla fine, ha prevalso un fenomeno ormai imprescindibile quando si tratta di Casa Bianca: l’incontinenza. E Trump ha sbroccato da par suo, con una scenata che ha reso evidente una situazione di difficoltà e ha confermato che certi messaggi hanno centrato il bersaglio.
Da mesi Prevost tira dritto per la sua strada, come dimostra la rinuncia al viaggio in Usa per le celebrazioni per i 250 anni di indipendenza americana e la decisione di recarsi a Lampedusa proprio il 4 luglio. Lui predica la pace e non si fa tirare la giacchetta (o meglio la mozzetta) da chi vorrebbe arruolarlo nel suo esercito politico. Alla veglia per la pace ha ricordato le parole dei suoi predecessori, un filo rosso coerente di pensieri e azioni in un’epoca in cui la guerra e le armi possono significare la distruzione dell’umanità e già vengono usate per azzerare popolazioni, città, paesi. Un immenso strazio di fronte al quale c’è persino chi solleva l’argomento che è sbagliato il pacifismo assoluto, che importanti uomini di Chiesa hanno giustificato il ricorso alla forza in certe situazioni. Un’obiezione ideologica, che non tiene conto di tutti i fattori che determinano l’attuale contesto storico, delle motivazioni che portano alla guerra o delle conseguenze della stessa. Che, come ha detto con chiarezza il cardinale McElroy di Washington D.C. riferendosi a quella con l’Iran (ma il giudizio vale anche in altri casi), è oggi “moralmente illegittima”.
Ma difendere un’ideologia non è certamente il problema di Prevost, che perciò può incontrare l’obamiano David Axelrod e poi Macron senza che ciò equivalga a schierarsi nell’agone politico. Significativo un passaggio dell’Angelus di domenica scorsa, quando ha invitato i fedeli a “nutrire” la spiritualità e a non rinunciare alla Messa “fonte di vita cristiana e missione che rende testimoni di carità e portatori di pace nel mondo”. Un richiamo alla dimensione interiore, con ricadute concrete, che riecheggia anche nella risposta del presidente della Conferenza episcopale Usa, Paul Coakley, a Trump: “Sono affranto per il fatto che il presidente abbia scelto di scrivere parole così denigratorie sul Santo Padre. Papa Leone non è un rivale, né un politico. È il Vicario di Cristo che parla a partire dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime”.
Ndr
Trump aveva detto: “Leone dovrebbe essermi grato. È stato scelto dalla Chiesa solo perché americano, e si riteneva che quello fosse il modo migliore per gestire il rapporto con me. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”. Tragicomico.