
Si può regalare ai propri ospiti una pistola come ricordo di un tempo trascorso insieme?
Erdogan, il presidente della Turchia, ha deciso che sì, si tratta di un bel regalo per i suoi eccellenti ospiti di rientro ai loro Paesi.
Per me una pistola regalo ci potrebbe stare ma solo immaginando un padre mafioso che, nell’ambito del rito di iniziazione alla cosca, regala al figlio una pistola quale simbolo del passaggio all’azione.
Non lo chiamerei “dono” data l’etimologia della parola che significa offrire per affetto e per riconoscenza.
Allora sarà stato un omaggio delle industrie locali di armi? Un ricordo che i partecipanti si portano a casa a fine incontro?
Che cosa avrà voluto significare il presidente turco Erdogan quando ha incaricato il suo staff di preparare un certo numero di pistole, una per ciascun potente della Terra presente al summit di Ankara?
Pistole da ammirare per la buona fattura, vere, costruite per mettere in atto la loro funzione primaria: sparare, per ferire o per uccidere.
Con inciso il nome del ricevente e, immagino, un cortese biglietto di accompagnamento.
“Al Capo di Stato XY con l’augurio di… poterne fare buon uso oppure di non doverne fare mai. Comunque sia c’è sempre un nemico da zittire, da spaventare e magari uccidere.
Una pistola regalata a simbolo di ciò che è: un oggetto che può far male.
Da tenere in borsetta se donna, o sotto l’ascella o nei calzini se uomo.
Il mio sdegno non sarebbe potuto andare oltre la cerchia delle persone con cui condivido i commenti politici, se non mi fosse giunta via WhatsApp la lettera pastorale dell’Arcivescovo Metropolita di Napoli Mimmo Battaglia che, in occasione dell’evento che eleva una pistola a simbolo, scrive ai potenti che l’hanno ricevuta:
“Il male non arriva sempre sfondando una porta.
A volte entra in silenzio.
Indossa un abito elegante.
Sorride davanti alle telecamere.
Viene deposto in un astuccio. Accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori…”.
Il gesto di Erdogan è stato letto da alcuni, di certo amici dell’autocrate, come un riconoscimento alla tradizione dell’industria armiera turca o come simbolo della capacità produttiva del Paese.
Altri, come l’arcivescovo Battaglia, si sono indignati, indisposti a credere che un’arma sia l’equivalente di un mazzo di fiori alle signore, o di una valigetta Mont Blanc, omaggi offerti agli ospiti di un summit dedicato al dialogo e alla cooperazione internazionale in un periodo storico come questo, segnato dagli innumerevoli conflitti in atto nel mondo.
Comunque la si veda, si tratta di un omaggio diplomatico originale, ben diverso dai doni che solitamente si scambiano i Capi di Stato, oggetti e volumi di pregio che fanno riferimento alla storia, alla cultura e alle eccellenze del Paese ospitante.
Ancora non mi so spiegare quali strade l’umanità abbia percorso fin qui perché un’arma possa apparire un dono appropriato, un oggetto degno di rappresentanza, un emblema di prestigio.
Ma torno alle parole dell’arcivescovo Battaglia: abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare, di farle diventare dei souvenir, strumenti della memoria ufficiale, oggetti da ammirare e da esporre.
Un’arma non diventa innocente solo perché viene donata, non diventa muta perché per ora non spara, e non diventa umana perché porta inciso un nome.
Mi sento di esprimere un sentito grazie ai pochi, davvero pochi, che hanno alzato la loro voce per esecrare il gesto di Erdogan.