Opinioni

IL NON DETTO DI ANKARA

ROBI RONZA - 17/07/2026

Il carattere di Trump, l’attuale continuo incontrarsi di persona dei leader occidentali, e la facilità con cui grazie alle reti sociali (social) è oggi possibile diffondere in ogni momento in tutto il mondo la prima cosa che passa per la testa: sono questi i tre elementi alla base del continuo turbine di giudizi estemporanei, di reazioni immediate e di frasi maldestre che caratterizza le cronache internazionali e che trova eco eccessiva in troppi commentatori.

Al di là di tutto questo vale la pena di seguire il livello più profondo, che sta al di sotto di tale turbine sostanzialmente vano, per capire quali sono nelle varie situazioni gli elementi stabili e le decisioni durevoli. Nel caso della Nato, di cui si è appena concluso ad Ankara un vertice, l’elemento stabile è il legame strutturale tra Usa ed Europa (in origine soltanto occidentale) che dura dal 1945, segnato attualmente dalle 50 basi in territorio europeo e dagli 80 mila militari americani che vi sono stanziati. Chiunque sia alla Casa Bianca, tale stato di cose è stabile, e nessun presidente americano in carica può cambiarlo in quattro e quattr’otto, né può nemmeno cominciare a ritoccarlo senza il consenso del Congresso, ossia del Parlamento Usa.

Così stanno le cose nel bene e nel male. Nel bene essendo la Nato un pilastro dell’ordine internazionale, e nel male a causa del suo stretto e tipico legame con gli interessi nordatlantici, chiaramente espresso sin dal suo nome (non dimentichiamoci infatti che Nato significa North Atlantic Treaty Organisation, ossia Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord). Pur essendo l’adesione alla Nato per noi tuttora inevitabile nonché utile, è evidente che tale adesione non tutela tutti i nostri interessi di Paese bagnato dal Mediterraneo (di cui il Mar Nero è una propaggine) e non dell’Atlantico del Nord, nonché vicino ai Balcani e ai Paesi danubiani.

È in questo quadro che va valutato l’esito del vertice di Ankara in cui i membri europei della Nato e il Canada si sono impegnati a dare all’Ucraina entro il 2027 aiuti (per lo più in armi) per 140 miliardi di euro e gli Usa gli hanno promesso la licenza di costruzione dei missili Patriot. Nessun parallelo impegno a promuovere invece negoziati di pace con Mosca. Sotto l’ègida della Nato insomma l’Europa continua a giocare la carta della guerra contro la Russia, con la quale avrebbe invece tutto l’interesse a cercare di ripristinare pacifici rapporti. Si schiera insomma a sostegno di quello che nella sua recente enciclica Magnifica Humanitas Leone XIV ha denunciato come un passo indietro rispetto alla svolta storica del Novecento: l’attuale diffondersi di una cultura della potenza che “si espande normalizzando la guerra, inseguendo una potenza militare sempre maggiore, approfittando della crisi del multilateralismo, e alimentando un falso realismo secondo il quale a tutto ciò non esistono alternative”. A questo Leone XIV – come di recente ho ricordato in questo sito – oppone invece l’urgenza di “rilanciare il dialogo e il multilateralismo”. Non è ciò che si è voluto fare ad Ankara.

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