Qualcosa a un ministro della Cultura è sconsigliabile: polemizzare col mondo della cultura. Invece il ministro attuale polemizza, distorcendo la sua missione in un immaginifico Culturcramp. Facendo male, facendosi male. Riassunto. Il Corriere della Sera -firma del professor Ernesto Galli della Loggia- muove critiche al dicastero sovrinteso da Alessandro Giuli. Denunzia: la destra di governo è inabile a lanciare idee e tesa a occupare posti di comando. Gli va risposto coi fatti. Che qualcuno dei portatori delle idee negate dall’intellettuale, e al contrario/eventualmente ben attive nel settore messo alla berlina, le renda note. E che qualcun altro smentisca, sempre fatti alla mano, la brama di poltrone imputata all’entourage meloniano. Ben vengano puntualizzazioni nel merito. Se no, ben venga il silenzio.
Ma il silenzio non viene. Arriva la chiacchiera del Giuli. Che accende una diatriba sorprendente nel difetto di stile politico, garbo personale, finalizzazione strategica. Dà del perditempo e cameriere al Galli della Loggia, insinua comodità di seduta su una poltrona di lusso concessagli a suo tempo proprio dal ministero della Cultura e dalla quale sarebbe opportuno che il beneficiato si levasse. Infine esprime sdegno perché il quotidiano di via Solferino prima gli ha chiesto l’intervista e poi non gliel’ha pubblicata, causa i giudizi da lui formulati sul professore reo di lesa maestà istituzionale.
Il giornale risponde per le rime. Della Loggia idem. Ovvero. Giuli sbaglia nel contenuto (esempio: l’incarico cui il professore ha atteso era a titolo gratuito) e nella forma (la terminologia usata nella sfida dialettica è zero confacente a un autorevole esponente dell’esecutivo). Risultato: la discesa verso il basso d’una personalità che dovrebbe volare alto. E anziché lagnarsi d’esser censurata dal maggior organo d’informazione italiano, ergersi nel profilo di statista, scansando l’atterraggio sulle scivolose piste della comunicazione social.
La libertà di critica è un quid che il potere ha il compito di garantire. Anche quando ne è bersaglio. Legittimo rispondervi, e tuttavia non al modo cui nella circostanza è ricorso il ministro della Cultura, svelando interlocuzioni private che tali dovevano rimanere tra lui e il Corriere, invece d’esser rese pubbliche in base a una singolare cifra etica. Purtroppo siamo sfortunati, in questa legislatura, con chi presiede il settore: Giuli che riesce a non far meglio di Sangiuliano è peggio d’una delusione di parte. È un rammarico bipartisan. Una fitta da Culturcramp.