L'intervista

FRA GENERALE

PIETRO CARLETTI - 18/07/2025

Il professor Paolo Severgnini, direttore della Scuola di Specializzazione in Anestesia, Rianimazione, Terapia Intensiva e del Dolore presso l’Università degli Studi dell’Insubria, ha gentilmente accolto l’invito di RMFonline.ot a raccontare il suo incontro con Padre Gianfranco Chiti, prima generale dell’Esercito e poi frate francescano. Testimone diretto della sua causa di beatificazione, Severgnini ne ripercorre le tappe e ne evidenzia l’eroicità quotidiana. La vicenda di Padre Chiti, oggi Venerabile, offre un esempio concreto di come spiritualità, coraggio e umanità possano convivere in un’unica luminosa esistenza.

Come è entrato in contatto con la causa di beatificazione di Padre Chiti, e cosa l’ha colpita di più in questo percorso?

Incontrai per la prima volta Padre Chiti nel 1987, in occasione del matrimonio di una cara amica di mia moglie, presso Marsaglia di Mondovì, e da allora siamo rimasti in contatto sia tramite lettere che con visite e periodi di vacanza presso il Convento di San Crispino dei frati Minori Cappuccini di Orvieto, fino alla sua morte avvenuta nel 20 novembre 2004. Ho appreso della causa di beatificazione in modo accidentale: nel maggio 2015, dopo anni di assenza di frequentazione di quel Convento di Orvieto dal 2004, ritornai per una sosta proprio la domenica 9 maggio di passaggio in direzione di Poggibonsi dove il giorno dopo avrei avuto una relazione da tenere. Quel pomeriggio, seduto nella piccola biblioteca del Convento, fui raggiunto da un frate, Padre Flavio Ubodi, che mi chiese chi fossi e come mai fossi passato di lì. Presi a raccontare la mia conoscenza con Padre Chiti e subito Padre Flavio mi arruolò, insieme a mia moglie Gabriella Saporiti, come primi testimoni della causa. Proprio l’8 maggio 2015, giusto il giorno prima, Padre Ubodi era stato incaricato di raccogliere i nominativi di possibili testimoni per la causa di beatificazione. Di tutto il percorso della causa di beatificazione, di certo fui colpito dal momento dell’interrogatorio di testimonianza che rilasciai presso Orvieto durato circa quattro ore, davanti a una commissione articolata di sacerdoti e giuristi, durante il quale ricordai episodi che dimostrassero lo stile eroico con il quale Padre Chiti visse tutte le virtù teologali (fede, speranza e carità) e cardinali (giustizia, fortezza, prudenza e temperanza). Molto emozionante è stata anche la cerimonia di chiusura dei plichi delle testimonianze nel Duomo di Orvieto prima dell’invio in Vaticano di tutta la documentazione inerente alla causa e altrettanto la cerimonia di rientro in Orvieto della salma di Padre Chiti avvenuta lo scorso ottobre 2024.

Chi era Padre Chiti e quali aspetti della sua vita lo hanno reso un uomo così straordinario?

Padre Chiti nacque a Gignese il 6 maggio 1921, già giovanissimo frequentò l’Accademia Militare di Modena attratto dalla vita militare, molto preparato culturalmente, amante della musica classica ed essendo dotato di ben 192 cm di altezza fu destinato al Corpo dei Granatieri di Sardegna, 3° Reggimento a Viterbo. Poco dopo aver raggiunto il ruolo di Ufficiale con il grado di Sottotenente fu inviato nei Balcani e poi in Russia per l’esplosione della Seconda guerra mondiale. Al fronte visse giornate dense di ogni tipo di emozione e fatica fisica, fu ferito ma riuscì a rientrare in Italia. Visse la vita militare come una missione, una vocazione per il comando e la formazione dei soldati che gli venivano affidati. Asseriva che le Forze Armate devono avere una preminenza per la difesa e non per la battaglia, costituendo il principale elemento di sicurezza e quindi di pace per uno Stato. Il suo rispetto per i soldati che stavano dall’altra parte, mai chiamati nemici, divenne proverbiale e nella fase convulsa che seguì l’8 settembre 1943 si prodigò per salvare la vita di partigiani catturati, di ebrei che rischiavano una deportazione verso campi di concentramento e ne arruolò alcuni nel Suo battaglione, ne nascose altri, scrisse lasciapassare per i loro genitori anziani, convinse ufficiali dell’esercito tedesco a rinunciare a fucilazioni di collaboratori dei partigiani. Al termine della guerra fu costretto ad abbandonare per un periodo la sua amata divisa e insegnò matematica presso un Istituto di Campi Salentina. Nel 1948 riuscì ad esser riammesso nei ruoli degli Ufficiale dell’Esercito della neonata Repubblica Italiana, comandò in Somalia ed in diverse sedi in patria, fino al comando della Scuola Allievi Sottufficiali dell’Esercito di Viterbo. Nella scala gerarchica raggiunse il grado di generale dei Granatieri di Sardegna fino al marzo 1978, quando fu collocato in ausiliaria per raggiunti limiti di età. Pochi giorni dopo l’inizio del periodo di riposo il generale Chiti iniziò una seconda fase di vita ed entrò in Convento, divenendo così padre francescano predicatore. Già all’epoca fece molto scalpore un soldato, un generale, che si faceva frate! Lui asseriva che non era cambiato, era sempre lo stesso uomo che sposando la tradizione militare dell’onore e del coraggio, cambiava solo il colore e tipo di divisa e che Dio apprezza l’onore e il coraggio.

Quali sono stati i passi fondamentali della causa di beatificazione e cosa significa essere tra i primi testimoni in un processo così importante?

Le cause di beatificazione presentano diverse tappe, che richiedono tempi a volte lunghissimi e processi complicatissimi prima di giungere al riconoscimento della santità di un individuo o almeno alla sua ammissione al culto pubblico. Vi è una prima fase diocesana per fama di santità consolidata dall’opinione pubblica circa la vita virtuosa del candidato; si apre così il processo ad opera e per volontà del Vescovo diocesano, si raccolgono quindi le prove, si arruolano testimoni, si valutano documenti e prove circa la vita, le virtù del candidato. Segue lo studio attento delle prove, ovvero un tribunale ecclesiastico esamina le stesse prove raccolte, verificando se le virtù sono state vissute in modo eroico. Di qui si passa ad una fase romana in Vaticano con la predisposizione della positio, testo completo di tutte le prove presso la congregazione delle Cause dei Santi: qui esperti teologi, giuristi e storici esaminano tutto il materiale disponibile. Se la positio è favorevole, il Papa riconosce la venerabilità del candidato e ne promulga un decreto. Di qui per raggiungere la santità occorrerà poter dimostrare l’evento di miracoli attribuibili all’intercessione del Venerabile. Rinnovo la profonda emozione per l’onore ricevuto di aver potuto portare il mio piccolo umile contributo a questa causa a favore di un amico, di un padre spirituale ineguagliabile e per la devozione che conservo per Padre Chiti.

Come funziona una causa di beatificazione dal punto di vista pratico e quali prove e testimonianze vengono raccolte per promuoverla?

Sicuramente la partenza di tutto sta nel percepire che il candidato abbia vissuto in santità la propria esperienza di vita, che abbia interpretato la vita stessa in modo “trasgressivo” rispetto al comune quieto vivere nella scia di vite anonime. Si devono raccogliere tutte le testimonianze, sia quelle a favore che quelle a sfavore, tutti devono aver diritto di testimoniare, a prova certa di una conoscenza personale diretta.

Come crede che la beatificazione di Padre Chiti possa influenzare la comunità e la medicina? C’è un messaggio universale che si può ricavare dalla sua storia?

Tutti gli esempi di tutti i Santi vengono assunti proprio per testimoniare che la santità è a portata di mano per tutti e sempre. Siamo noi che con la nostra sensibilità e le nostre abilità dobbiamo percepire da queste vite esemplari tutti gli insegnamenti che possono trasmetterci, proprio con le loro esperienze di vita. Per tutti i campi di applicazione professionale si possono trarre da questi esempi forze sempre più rinnovate, ma forse per il campo della medicina in modo ancora più evidente certi esempi aiutano ad affrontare squilibri di ogni genere e tipologia.

A suo giudizio spiritualità e scienza possono convivere nella medicina moderna? Lei ha mai vissuto situazioni in cui la fede ha avuto un ruolo fondamentale nel percorso di guarigione di un paziente o anche nell’affrontare le situazioni più critiche?

A mio parere più si approfondisce la conoscenza scientifica e più si comprende che può esserci spazio per riconoscere la nostra limitatezza e dove c’è un limite è evidente che vi sia un quid che sta oltre questo limite. Ognuno poi può riconoscere questa entità che va oltre il nostro limite come preferisce. Anche la medicina moderna non si sottrae a questa evidenza del limite della nostra comprensione, nonostante i passi giganteschi compiuti sempre più celermente negli ultimi decenni. Quindi necessariamente a mio personale giudizio è fondamentale che spiritualità e scienza convivano.