
Accadeva spesso che Gabriele D’Annunzio non tenesse fede alle promesse fatte e così fu anche quella volta: “La Gioconda di Leonardo da Vinci è rimasta in casa mia per cinque lunghi giorni!” confidò al raffinato pubblico di un concerto di musica indiana che si tenne il 12 luglio 1914 nella casa della poetessa Valentine de Saint-Point a Parigi. E a chi, incredulo, gli chiedeva di spiegarsi meglio, aggiunse: “Troverete i particolari nel mio prossimo romanzo”. Non fu di parola. Pubblicò sei anni dopo il romanzo L’uomo che rubò la Gioconda ma non fornì i dettagli promessi lasciando il dubbio sulla fondatezza di ciò che aveva confessato a proposito del furto del capolavoro vinciano.
Cent’anni fa, l’8 ottobre 1925, moriva d’infarto a Saint-Maur-des-Fossés in Francia Vincenzo Peruggia, il ladro della Gioconda. Nato a Dumenza nell’entroterra di Luino nel 1881, di professione imbianchino, emigrato in Francia nel 1907 e occasionalmente impiegato come lavavetri al museo del Louvre a Parigi, era un tipo secco e mingherlino; ma intraprendente al punto di staccare la celebre tavola dalla parete del Salon Carré scegliendola tra le opere di Rubens, Raffaello e Tiziano, di infilarla sotto il cappotto e di uscire dal museo con l’aria più innocente del mondo. Era il 20 agosto 1911 e il sorriso di Monna Lisa fu sottratto all’ammirazione pubblica fino al 12 dicembre 1913 quando l’autore del colpo fu arrestato mentre provava a vendere l’opera all’antiquario Alfredo Geri di Firenze, amico di D’Annunzio.
Il ritratto di Lisa Gherardini, nata il 15 giugno 1479 a Firenze e andata sposa nel 1495 a Francesco di Bartolomeo del Giocondo, da cui prese il nome di Gioconda, rimase avvolto in un panno per ventisette mesi, ben protetto dalla luce e nascosto nel vano segreto sotto un tavolo della soffitta dove Peruggia abitava in Rue de l’Hôpital Saint Louis. Il capolavoro ci stava comodamente essendo una tavola di pioppo di piccole dimensioni – 77 x 53 centimetri x 13 mm di spessore – facile da occultare. Peruggia ammise di avere messo a segno il furto per “motivi patriottici”: era infatti convinto che l’opera fosse stata sottratta all’Italia durante le spoliazioni napoleoniche a fine ‘700. Invece era stato l’autore a portarla con sé in Francia nel 1516 e a venderla al re Francesco I.
L’inchiesta fu a dir poco tribolata. La Sûreté incaricata delle indagini non sapeva dove sbattere la testa e seguì piste sbagliate che portarono all’arresto del poeta francese Guillaume Apollinaire, sbattuto in prigione, processato e prosciolto e a sospettare del pittore Pablo Picasso che fu interrogato e rilasciato. Nessuno pensò invece a Gabriele D’Annunzio che secondo la nipote di Peruggia si congratulò per l’impresa. Il Vate non si limitò ai complimenti. Il suo segretario Tom Antongini sostiene che la Gioconda passò fra le mani di D’Annunzio il 14 settembre 1911 quando il ladro varesino andò ad Arcachon nello châlet Saint-Dominique dove il poeta abitava per affidargli il dipinto.
D’Annunzio lo ammetterà candidamente. Confessò infatti nel Libro Ascetico della Giovane Italia del 1926 che “la Gioconda fu da me restituita per sazietà e per fastidio, come tanti sanno e come tanti temono di approfondire”. Fu dunque lui il mandante del colpo del secolo come insinuò il giornale francese ABC Magazine? O si limitò a custodire la tavola alcuni giorni per ammirarla in tutta calma? Lo scrittore luinese Piero Chiara ipotizza nella biografia Vita di Gabriele D’Annunzio che ci fu un contatto tra l’Immaginifico e l’autore materiale del furto nel 1913 a Parigi per restituire l’opera. Scrive: “Parrebbe che D’Annunzio, dopo averne constatata l’autenticità, avesse consigliato il Peruggia a illustrarsi con un gesto sensazionale, la restituzione all’Italia”.
Fu proprio l’ex amante della Duse a dare al ladro l’indirizzo del mercante d’arte fiorentino: “Il Peruggia – racconta Piero Chiara – non poteva sapere dell’esistenza del Geri, il quale invece era un vecchio amico di D’Annunzio che aveva comperato da lui un buon numero dei mobili andati all’asta della Capponcina (ndr, la residenza fiorentina del poeta)”. Oberato di debiti e alla costante ricerca di soldi, fu forse ancora D’Annunzio a ordire il piano: “La ragione della trappola tesa al Peruggia – conclude il biografo luinese – poteva nascondersi nel disegno dannunziano di conseguire attraverso il Geri ed eventualmente spartendola con lui, l’ingente taglia stabilita dal governo francese per il recupero del capolavoro. Taglia che non risulta sia stata mai pagata, perché del recupero non si poteva far merito che alla dabbenaggine del Peruggia o per altre ragioni che è arduo indagare dopo tanti anni”.