Gianmaria e Maddalena si sono rifiutati di sostenere l’orale dell’esame di maturità. Dopo qualche giorno altri studenti hanno seguito il loro esempio. Tutti avevano già raggiunto la sufficienza grazie al punteggio di ammissione e a quello degli scritti; con il loro rifiuto hanno voluto protestare nei confronti di una scuola che – a quanto dicono – non considera gli studenti come persone, ma pretende di valutarli con i voti e li abitua ad essere sempre più competitivi. Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Valditara, ha dichiarato che dal prossimo anno chi non sosterrà l’orale sarà bocciato.
Il comportamento degli studenti e la risposta del ministro mi hanno sconcertato in egual misura, soprattutto perché in ambedue ho ravvisato solo decisioni unilaterali senza nessun tentativo di avviare un dialogo.
Gli studenti avevano fatto presente agli insegnanti, durante gli anni, il loro disagio? Avevano cercato di coinvolgere i compagni e di allargare ad altre scuole il dibattito? Non sembra, a sentire la reazione stupita dei commissari interni. Allora perché sollevare il problema all’esame? È vero che è una forma di protesta di cui tutti parlano, ma lo fanno paragonandola alle battaglie di Don Chisciotte contro i mulini a vento. Tra qualche giorno, quando l’esame di maturità sarà finito, gli episodi scivoleranno nell’oblio. Chi si ricorda, infatti, che un caso simile si era verificato anche l’anno scorso?
Protestare danneggiando sé stessi è una forma di lotta sensata? Il danno in questo caso è stato relativo, perché il punteggio minimo era già stato raggiunto, ma il voto di maturità è comunque importante per l’iscrizione all’università e per trovare lavoro. E la protesta di 3 o 4 studenti sui 524.415 che hanno affrontato l’esame può essere efficace? In altre parole, il mezzo scelto è utile per raggiungere lo scopo?
Che gli studenti non si siano posti queste domande non mi stupisce più di tanto, perché è tipico della loro età essere idealisti e credere che le utopie non siano tali. Mi ha stupito invece la risposta immediata e priva di sfumature del ministro, il fatto che non abbia sentito l’esigenza di parlare con i ragazzi o almeno di interrogare pedagogisti e psicologi sulle cause che possono averli indotti a comportarsi così. In un’intervista comparsa sul Corriere della Sera domenica 13, alla domanda “Si è chiesto i motivi del gesto plateale degli studenti?” risponde “Certo. Una difficoltà ad affrontare le prove”. Da dove gli venga la certezza, però, non lo dice. Non prende neppure in considerazione le motivazioni che gli studenti hanno espresso.
Avrebbe dovuto accorgersi, invece, che con il loro gesto i ragazzi sono riusciti, per lo meno, a dimostrare che la valutazione tramite somma di punti non è adeguata allo scopo – tant’è vero che ha consentito loro di essere promossi senza sostenere l’orale – e che assomiglia molto alla raccolta punti del supermercato.
L’orale, a mio parere, deve far parte dell’esame, ma renderlo obbligatorio senza riflettere sul percorso che conduce a quel momento e sui criteri di valutazione non risolverà il problema.