
Giuseppe Vincenzo Walder era uno dei 443 lombardi che la notte tra il 5 e il 6 maggio l860 si imbarcarono con Garibaldi per risalire l’Italia e liberarla dal giogo borbonico delle Due Sicilie. Era uno dei nove varesini che trovarono posto sui vapori Lombardo e Piemonte, uno dei sette che tornarono sani e salvi con il portinaio di Castellanza Luigi Raimondi, il commerciante di Laveno Giovanni Teruggia, il gioielliere di Gallarate Daniele Carabelli, lo scultore di Viggiù Giuseppe Bottinelli, il possidente di Tradate Cesare Castiglioni e il soldato Carlo Bossi di S. Ambrogio Olona. E aveva vent’anni come lo studente di medicina Gerolamo Bianchi, di Caronno, che morì a Palermo. L’altro varesino che non fece ritorno a casa fu Annibale Pedotti, negoziante di Laveno, ucciso al Volturno.
Scampato all’impresa dei Mille e soldato di professione, Walder cadrà a Custoza il 24 giugno 1866 – centosessant’anni fa – nella terza guerra d’indipendenza macchiata proprio dal disastro di Custoza. Non aveva ancora compiuto ventisei anni. Fu vittima di una battaglia sfortunata perché combattuta negli stessi luoghi dove si era già perso nel 1848, nella prima guerra d’indipendenza. Soprattutto una battaglia mal gestita. Il Capo di Stato Maggiore Alfonso La Marmora compromise in poche ore la reputazione guadagnata in vent’anni di carriera militare con la prima guerra d’indipendenza, la missione in Crimea e la lotta al brigantaggio, nobilitata dall’elezione a presidente del consiglio del Regno di Sardegna e poi d’Italia.
Una sconfitta annunciata. A Custoza il campo italiano era avvelenato da animosità personali tra gli alti ufficiali dell’esercito, alterato da profondi odi di parte, logorato da gelosie e intolleranze reciproche. I generali La Marmora e Morozzo Della Rocca si erano addirittura sfidati a duello e non avevano puntato le pistole l’uno contro l’altro solo perché il re Vittorio Emanuele II lo vietò. Il generale Pianell, secondo le voci malevole che circolavano sul suo conto, era poco affidabile avendo militato nell’esercito borbonico. Il generale Sirtori, già capo di Stato Maggiore di Garibaldi, era stato rimproverato da La Marmora e non gliela aveva perdonata: dopo Custoza ne chiese il deferimento al Consiglio di guerra per avere condotto male la battaglia.
Il generale Enrico Cialdini, una specie d’eroe popolare, considerato il Garibaldi dell’esercito regolare, non si sentiva subordinato a La Marmora e come se non bastasse, i generali tutti insieme avevano scarsa considerazione delle capacità militari del re Vittorio Emanuele II, comandante supremo dell’esercito solo sulla carta. Difficile, in queste condizioni, non commettere errori. E infatti ne furono commessi a iosa. I due corpi d’armata guidati da La Marmora (dodici divisioni) e da Cialdini (otto), schierati sul Mincio e sul Po a fronte del nemico in avanzata tra Verona, l’Adige e il Mincio non si mossero all’unisono. Si adottarono strategie sbagliate, ci furono errori di valutazione, confusione di ruoli e di comunicazione. E mancò un’unica autorità.
La battaglia si risolse in una serie di scontri isolati a Oliosi, Villafranca, Monte Torre, Monte Vento, Monte Croce e Custoza, la località al centro degli schieramenti, senza che l’esercito italiano potesse sfruttare la superiorità di uomini e cannoni. Gli austriaci ebbero molti più morti, ma gli italiani arretrarono e risultarono sconfitti. Giuseppe Walder morì a Monte Croce, colpito alla testa dalla scheggia di un ordigno esplosivo.
Era nato a Varese il 13 dicembre 1840. Nel 1859 aveva seguito Garibaldi in Emilia-Romagna in vista dell’invasione delle Marche e dell’Umbria controllate dallo Stato Pontificio e nel 1860, come abbiamo visto, lo aveva seguito in Sicilia. Nel 1866 era stato arruolato sergente nel 17° battaglione Bersaglieri.
Il suo ritratto in formato carta da visita è tra i 912 scatti contenuti negli Album dei Mille che Alessandro Pavia – il fotografo della spedizione – raccolse e donò a Garibaldi e a Vittorio Emanuele II. La foto è conservata nel Civico Archivio Fotografico del Castello Sforzesco di Milano. La carriera militare di Giuseppe Walder fu ricostruita dallo storico varesino Luigi Borri e segnalata per lettera a Rinaldo Arconati che raccoglieva notizie sui Mille. La lettera di Borri, datata Varese 28 marzo 1905, fu poi rintracciata dallo storico Luigi Ambrosoli nell’archivio Arconati e pubblicata sulla Rivista della Società Storica Varesina del 1971, fascicolo X. Nell’articolo che la correda, Ambrosoli fornisce inedite notizie anche sugli altri varesini dei Mille. Varese ha dedicato a Walder una strada di Biumo Inferiore.