Editoriale

SINDACO 10.0

MASSIMO LODI - 19/06/2026

Dieci anni di galimbertismo. Giusti giusti. 21 giugno 2016, 21 giugno 2026. Due mandati , uno scopo inseguito con tenacia: smuovere la Varese immobile. Cambiarla, rilanciarla, conferirle un brand al passo dei tempi. Compito svolto? In gran parte sì, nella restante parte in svolgimento. Esempi: mega-restyling della zona stazioni, scorrevole maxirotonda al posto del paralizzante semaforo in largo Flaiano, modernizzato il palaghiaccio, recupero di Villa Augusta a Giubiano, parcheggio multipiano in via Sempione, allargato il ponte Fnm di via Giordani in stand by da anni, lavori complicati e tuttavia prossimi a finire qui e là: ex caserma Garibaldi, Villa Mylius, Villa Baragiola, polo scolastico di San Fermo. In progettazione, ed entro il ‘26 inizio dell’opera, il Politeama-teatro, sostegno all’iniziativa privata di rigenerare l’ex area Aermacchi di Masnago, messi a bando 150 alloggi popolari, rifatta l’illuminazione pubblica e riassettate molte strade. Più altro, molto altro, nella quotidianità operativa, tipo impegno costante/migliorativo a pro dei servizi sociali, revisione della “macchina” comunale, cascata d’iniziative culturali, promozione d’eventi popolari, sportivi specialmente, eccetera.

Galimberti non è stato a guardare. Ha fatto. Fare di più, no? Sta sempre negli auspici d’un sindaco fare di più. A Varese avrebbe potuto. Dove/come? In tema di decoro urbano, ottimizzazione nella cura dei parchi, incentivi al commercio, tutela della sicurezza, quest’ultima entro i limiti in cui spetta alla polizia municipale e non alle forze dell’ordine statali. Ma se pensiamo dove si era nel 2016, dopo 23 anni di borgomastri leghisti, e dove sì è nel 2026, beh, il salto di qualità appare innegabile. Dunque Galimberti passerà alla storia come un buon sindaco, inutile cavillarci sopra.

Bisogna dire storia rifuggendo dalla parola cronaca perché la legge impedisce un’eventuale terza legislatura da commander in chief all’attuale insediato a Palazzo Estense. Dopo di lui non ci sarà lui. O un successore pescato nel campo largo o un successore trovato dallo schieramento di destra. Oggi entrambi i fronti denunciano l’impasse: circola qualche nome, non circolano certezze. L’unica evidenza spendibile, tornando al passato, è che Galimberti ha vinto e rivinto persuadendo Pd e sinistra radicale ad allearsi con civismo e moderati. Nel 2016 non si sarebbe imposto senza Varese 2.0 che espresse il vicesindaco Zanzi; senza Progetto Concittadino; senza l’apporto della Lega civica di Malerba/Airoldi al ballottaggio. Nel 2021 non avrebbe rivinto senza una coalizione che anticipava l’opportunità, poi divenuta parola d’ordine nazionale, d’estendere l’intesa a un’area politica quanto più ampia/fantasiosa possibile. Processo continuato nel corso della corrente legislatura e che verosimilmente condurrà a un “cartello” elettorale plurivariegato.

Impresa non facile coniugare tradizione e progressismo, però l’unica possibile. Di conseguenza, Galimberti ha usato buonsenso, cioè pragmatismo. Praticità bosina, anche con disincanto, quando necessario. Se va usato un termine riassuntivo della figura di questo Sindaco dei dieci anni, il termine è realista. Che vuol dire parecchio nell’epoca in cui primeggiano attributi diversi, tipo velleitario, astratto, acchiappanuvole et alia. Qui siamo agli antipodi della politique politicienne: su calcoli di partito, strategie di potere, interessi di fazione, autoreferenzialità da cacicco, ha prevalso la cura dell’esigenza collettiva. Per soddisfarla, è valso legittimare patti d’azione che permettessero di raggiungere il fine di volta in volta individuato. Uno per tutti: il feeling col presidente della Regione Fontana, predecessore -due quinquenni anch’egli- dell’odierno inquilino di Palazzo Estense. Si chiama strategia, ma Galimberti preferisce non chiamarla così. Profilo basso e orizzonte alto, come insegnano numerosi sindaci dell’epopea varesina d’antan. Guai a non dar retta alla saggezza d’una volta.