20 settembre 1870, 155 anni fa, l’Italia diventò una. Dentro i bersaglieri nella breccia di Porta Pia, resa dei 15mila armigeri pontifici, sdegno del Papa e il resto a seguire. Roma fu annessa alla Non Roma, tale era il Paese senza il suo cuore-core. Diventammo finalmente una nazione con caput naturale. Com’era verosimile che succedesse. Poi molto accadde per smentire che una nazione lo eravamo davvero. Particolarismi, divisioni, regionalità: picconate e ripicche. Il Paese dei municipi/campanili, si dice di noi a significare la parcellizzazione di segno medievale e addirittura pre-medievale. Vero, non vero? Vero, vero.
Tuttavia ci son state occasioni in cui lo spirito sovrano-pop ha prevalso sulla tigna preconcetta. Non molte, ma decisive. Certo, con minoranze riottose all’embrassons nous e tenaci confermatesi nelle emergenze. Però la maggioranza degl’italiani ha saputo idealmente/praticamente abbracciarsi, interpretando un sentimento d’appartenenza che la Repubblica ha acceso, dopo i danni da compromissione autocratica della monarchia all’epoca del Ventennio fascista.
Scendendo a esempi recenti, per arrivare al nocciolo della questione che c’importa. Quando s’è trattato, causa insipienza partitica e allarmi economici, d’allestire governi che fossero espressione del trasversalismo parlamentare -sostenuti da sinistra, centro, destra o da almeno due di questi schieramenti- la soluzione è venuta spontanea. Esecutivi tecnici o comunque esecutivi misti: autorevoli esponenti politici accanto ad autorevolissimi esponenti della società civile. Ciampi, Monti, Draghi son stati presidenti del Consiglio capaci di tirarci fuori da situazioni ostiche, se non disperate. A dimostrazione che, col sostegno di lungimiranza e senso pratico, disponiamo d’una classe dirigente in grado d’affrontare le svolte più difficili del percorso storico-istituzionale.
Vale ricordare questo, non essendo improbabile che una scelta simile s’imponga se la situazione internazionale continuerà a complicarsi, di guerra in guerra, di sofferenza in sofferenza, di orrore in orrore. Arriverà il momento in cui non ci potrà essere una destra spaccata sulle tragedie dell’Ucraina e di Gaza, e una sinistra idem, e un centro fotocopia. Arriverà il momento in cui la politica estera dell’Italia dovrà essere una e una sola. E dunque risulterà giocoforza, come ha pronosticato Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, stringere un patto d’azione tra quanti intendono privilegiare l’interesse nazionale, lasciando ai margini quanti vi preferiscono l’interesse di fazione. Il che significa, nella traduzione finale, la possibilità d’un governo che vada dalla Meloni alla Schlein e lasci perdere i Salvini, i Conte e il codazzo variegato di maldisposti a una coalizione dei Volenterosi tricolori per non soccombere alla sfida dei Despoti planetari. Se andrà in diverso modo, a cosa servì l’incursione dei bersaglieri nella breccia di Porta Pia, il 20 settembre 1870, cioè 155 anni fa, quando l’Italia diventò una?