Personalmente adoro i funghi anche se non li mangio perché per il mio organismo non sono facili da digerire. Questo però nulla toglie al fatto che sia una esperienza unica entrare nei boschi nelle ore più piccole della mattina gustarne i profumi e gli odori e cercare tra foglie e radici e muschi questi gioielli dai colori e dalle fogge che solo la natura sa creare.
Poi li lego alla memoria di mio papà che ha fatto crescere in me questa passione alimentandola anche con libri e tavole disegnate che sono vere e proprie opere d’arte.
Detto quindi che il mondo dei funghi è meraviglioso cerchiamo di non distruggere questa immagine con il rovescio della medaglia che sono le intossicazioni alimentari da fungo che come leggerete ora non sono affatto trascurabili.
Prima di tutto c’è una rete di sei CAV (Centri Antiveleni) italiani funzionanti in 20 Regioni 24 h al giorno con il compito di individuare le condizioni di rischio e suggerire un percorso diagnostico/terapeutico più idoneo per salvaguardare la salute di chi raccoglie i funghi.
Partiamo dai sintomi che possono essere diversi in rapporto ovviamente con la specie ingerita ricordando che talvolta vi possono essere manifestazioni negative anche con il consumo di specie in realtà edibili ma consumate ad esempio crude cioè in condizioni di rischio maggiori.
Una latenza di sintomi dai 30 minuti alle 6 ore NON comporta rischi, oltre le 6 ore è invece da considerare potenzialmente pericolosa con un aumento netto d’incidenza di mortalità.
Al CAV di Milano giungono circa mille consultazioni l’anno da tutta Italia su richiesta non solo di medici ma anche di privati cittadini ove vi sia un sospetto di intossicazione da funghi ma è un numero sottostimato dei reali eventi che accadono nel nostro paese che sono molti di più ma non giungono all’osservazione del centro.
Vengono raccolti dati su provenienza dei funghi raccolti, tipologia, tipo di cottura tempi intercorsi tra ingestione e sintomi (con attenzione particolare al limite delle 6 ore), numero dei commensali con sintomi, tipo e durata di questi ultimi.
In base a diversi parametri (provenienza, età, agente implicato, gravità dei sintomi eccetera) sono stati creati dei database ed in base alla latenza dei sintomi (le famose 6 ore) c’è stata la suddivisione in due gruppi.
Dal 1998 al 2017 sono state evase quasi 16 mila consulenze delle quali quasi 13 mila per casi clinici le restanti per informazioni. Il numero riguarda contatti singoli e non tiene quindi conto degli eventuali altri commensali in altro modo coinvolti.
L’85% dei casi riguarda casi di funghi non valutati da esperti, gli altri casi funghi edibili come porcini ma mangiati crudi. Tutte le fasce di età sono coinvolte a scalare 39% 15-50, 31% over 50%, 12% 0-14 il resto non rilevato.
In poco più di tremila casi sono comparsi sintomi dopo le 6 ore il che fa pensare ad intossicazioni da amatossine: il protocollo medico prevede lavanda gastrica, somministrazione di carbone vegetale attivo ed iper reidratazione. Il 6,3% degli intossicati da amatossine sono deceduti e di questi l’80% è arrivato alle cure in gravissimo ritardo: 19 hanno subito il trapianto di fegato.
La provenienza delle richieste di consulenza vede la Lombardia 35%, Calabria 9%, Puglia 8% ed Emilia Romagna ai primi posti 7%.
In letteratura in generale la letalità da funghi contenenti amatossine è stimata tra il 15/25% quindi molto più alta dei dati del CAV di Milano e questo sembra nettamente legato alla tempistica ed alla correttezza del primo intervento.
Educazione di chi raccoglie e facile contatto con micologi esperti sul territorio sono la base della prevenzione delle intossicazioni da fungo.