“Ci fu una grande battaglia di idee e alla fine non ci furono né vinti né vincitori, né idee”: la provocazione di Stefano Benni, geniale e versatile scrittore bolognese recentemente scomparso, è stata ricordata – anche a sproposito – da molti. Senza entrare nello sterminato campo della filosofia, da Platone allo statunitense Daniel Dennet, con le sue ricerche sulla mente e sugli strumenti del pensare, è sempre stimolante interrogarsi su come e dove nascono le idee. E se ci sono ancora grandi battaglie di idee? Domanda che fa tremare i polsi e che potrebbe farci precipitare in pericolose sabbie mobili. In aiuto ci vengono quegli eventi – e sono molti – che permettono il confronto e la circolazione di idee. Uno per tutti: FirenzeRivista, biennale delle riviste e dell’editoria. Alcuni fortunati potranno partecipare all’ottava edizione, con oltre 70 eventi. Tre giorni, 19-21 settembre, in cui la coraggiosa manifestazione porta a Firenze (e non solo) “una proposta culturale ampia e sfaccettata”, secondo le parole degli organizzatori, mettendo in relazione il mondo delle riviste con quello delle case editrici.
Al di là della notizia di cronaca, la manifestazione FiRiv ci ricorda come le riviste siano uno strumento in cui si generano e si condividono idee. E di come dalla prima rivista, Journal des sçavans, stampata in Francia nel 1665 alle miriadi di riviste digitali, c’è stata un’evoluzione nel tempo sia delle modalità comunicative sia dell’idea di cultura. Considerazione lapalissiana che non ci deve far dimenticare come spesso le riviste abbiano rappresentato dei veri laboratori di idee tese al rinnovamento.
Scegliamo un paio di esempi, ricordando alcuni anniversari ad esse legati. Era il 1955 quando Enrico Mattei volle una rivista per i dipendenti Eni ma che avrebbe dovuto essere utile anche fuori dall’azienda. Direttore della Rivista, Il gatto selvatico, fu il poeta Attilio Bertolucci. Una scelta di per sé significativa. E altrettanto significativa fu la rubrichetta “Parole nuove”, come a ricordare che tra parole, usate responsabilmente, e idee c’è uno stretto legame. Nel numero di settembre di settant’anni fa furono analizzate tre parole nuove, Carota, e quindi carotaggio, Emoteca, termine coniato soltanto nel 1950, e Israeliano. Vale la pena rileggere la definizione che ne veniva data. Con la fondazione (1948) dello Stato d’Israele, da parte degli Ebrei ritornati in Palestina, è entrato nell’uso il termine suddetto, con valore di aggettivo e di sostantivo, in riferimento alla nuova nuova entità statale. Ecco alcuni esempi: gioventù israeliana, lavoratori, centri israeliani; scuole israeliane. Israeliano, cioè cittadino dello Stato, può essere anche un arabo, un cristiano, non solo un ebreo, un israelita ( questi ultimi due termini continuano a designare propriamente una stirpe).
Così si scriveva nel 1955. A settembre del 1945 – per la precisione il 29 settembre – uscì in Italia una rivista che ebbe vita breve, soltanto ventotto numeri, prima settimanale e poi mensile. Era pubblicata da Einaudi, direttore Elio Vittorini; la sede era a Milano ma fu un laboratorio culturale e politico nazionale. Il Politecnico voleva esprimere tensione morale e bisogno di rinnovamento. Nell’articolo iniziale, come premessa scritta in corsivo, venne scritto: Non più una cultura che consoli nelle sofferenze ma una cultura che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini. E nell’articolo si ricordava la tragedia della seconda guerra, affermando che: i morti, se li contiam,. sono più di bambini che di soldati; le macerie sono di città che avevano venticinque secoli di vita… Il Politecnico rimase un tentativo di rinnovamento bloccato anche dalla polemica tra Vittorini e Togliatti sul rapporto tra politica e cultura. Ma la battaglia delle idee allora iniziata non può rimanere senza idee. Perché non solo non ci saranno vincitori ma tutti saremmo dei vinti.