Attualità

ERODE TRA DI NOI

LUISA NEGRI - 19/12/2025

Il castello di Erode in un presepe

 

Natale può esser un buon pretesto per togliere dall’armadio -quello dei ricordi- immagini sbiadite dagli anni. Ma sempre presenti nel pur vacillante cuore di chi le conserva. Pronte a farsi di nuovo vivide e luminose, proprio come in questi giorni di solstizio, confortati dall’intensa luce decembrina.

Il ‘nostro’ Natale, di noi boomer nati nel dopoguerra, era soprattutto di attesa. Una lunga attesa. Che partiva dall’8 dicembre, giorno dell’Immacolata. Perché avevamo tutti presente, ce lo dicevano i genitori caricandoci di responsabilità, che da allora in poi eravamo ben osservati, dai nostri angeli e dalle ‘sfere più alte’. E il comportamento doveva dunque essere di una bontà provata. Ad accompagnare quel cammino ligio, devoto e speranzoso erano anche i canti natalizi, a scuola e in casa. Dove, già in quel giorno, si faceva il presepe.

A casa nostra il compito se l’era assunto mio padre, forte dei suoi anni trascorsi in un collegio cattolico: dove accudiva i compagni di scuola più giovani, per pagarsi gli studi, che a sua volta aveva seguito con successo, anno dopo anno, fino ad arrivare all’università. A togliergli l’aspettativa dell’esame finale di laurea in Scienze Economiche era stata dapprima la guerra, poi l’incompetente intransigenza di un docente -ex imboscato- che avremmo avuto il disdoro di incontrare anni dopo sulle montagne dell’Ossola, negli anni Sessanta. Ce lo ritrovammo davanti, a spasso con la famigliola, tra i pascoli e i bovini: ingrassato e arruffato, viso incerto e lubrico passo, a dirla col Parini. Quasi irriconoscibile: ma non per papà. Che non lo aveva dimenticato, avendo vissuto sempre con impegno, orgoglio e dignità. Mentre quella vicenda aveva rappresentato per lui un’ingiustizia bella e buona, provata da un inappuntabile libretto universitario. È rimasto custodito per sempre, anche questo, nell’armadio dei ricordi.

Per tornare al presepe e a papà, lo allestiva facendolo discendere da un mobile alto a uno più basso, immaginandosi montagne verdeggianti di muschio e rocce scoscese, realizzate con una carta catramata di color paglierino e residui di carboni bruciati, che offrivano insieme risultati di grande effetto. La carta stagnola stirata in lunghe strisce, e piccoli specchi, contornati da trucioli, sassolini e fogliame, ricreavano l’ambiente acquatico. Dove si rispecchiava, sempre sotto la regìa paterna, qualche elemento ritardatario del lungo gregge di pecorelle. Una folla di pastori e angeli, di fabbri e lavoranti in genere, di animali e fanciulli, di donne affaccendate, occupava ogni spazio possibile.

Troneggiava in alto, sullo sfondo di un cielo di stelle, la reggia sinistra di re Erode. Che, nel racconto dolce della nascita del bambino, costituiva il vero spauracchio del personaggio negativo. Mai più avremmo pensato, ormai grandi e rimossi i veli dell’ingenuità, che avrebbe potuto un giorno tornare tra noi un Erode, proprio nelle terre dove il Bambino Gesù era cresciuto “in età, sapienza e grazia”. Riproponendosi il tiranno non nello sfondo scenografico di un presepe domestico, ma nella cruda realtà di un mondo pur avanti di due millenni: dove ‘persino’ Galilei e Giordano Bruno avevano avuto ormai da tempo il riscatto doveroso dalla loro umiliata intelligenza, sconfinata come l’universo.

 

Scriveva Giorgio Caproni pensando agli innocenti, troppi, che nascono derelitti nel mondo:

 

Nel gelo del disamore…

senza asinello né bue…

Quanti, con le stesse sue

fragili membra, quanti

suoi simili, in tremore

nascono ogni giorno in questa

Terra guasta!..

 

Soli

e indifesi, non basta

a salvarli il candore

del sorriso

 

La Bestia

è spietata. Spietato

l’Erode ch’ è in tutti noi.

 

Vedi tu, che puoi

avere ascolto. Vedi

almeno tu, in nome

del piccolo Salvatore

cui, cosi ardentemente, credi

d’invocare per loro

un grano di carità

 

A che mai serve il pianto

-posticcio- del poeta?