Natale è la dolce stagione nella quale dobbiamo accendere il fuoco dell’ospitalità e la straordinaria fiamma di carità nel nostro cuore. Certamente sono belle le parole di Washington Irving, autore spesso citato in questi giorni per la sua opera pubblicata nel 1820 e intitolata Caro vecchio Natale. Ma quanto sono davvero applicate? e non solo per la loro distanza temporale. Ognuno ha un suo modo di vivere il Natale, come ci ricorda un libro che da qualche anno è stato valorizzato per la sua profonda spiritualità. Il Pastore di Islanda dell’islandese Gunnar Gunnarson, morto nel 1975, più volte candidato al premio Nobel e per anni emarginato per una sua presunta vicinanza al nazismo, è una storia semplice. Benedikt, il protagonista, insieme con il suo cane e un montone, affronta in attesa del Natale la bufera invernale, sfidando la natura selvaggia e impietosa, per mettere in salvo animali dispersi. Un viaggio di fiducia e di ricerca per sentirsi parte del creato. Un dare senso al dono del Natale, che facilmente si può perdere: per opacità spirituale, per ubriacatura di riti non vivificati.
In fondo rischiamo tutti – come in La notte prima di Natale, racconto di Gogol’, ambientato in Ucraina durante il regno di Caterina II – di scoprire che il diavolo ci ha rubato la luna, o meglio la luminosa bellezza che può illuminare la strada più buia. Pur sapendo che la storia di Gogol’ racchiude in sé molti aspetti magico-comici, è uno stimolo per intense e ampie riflessioni. Non è un caso che un critico abbia affermato che comico e cosmico sono differenti solo per una consonante. Quindi anche lo scrittore russo, a modo suo, può aiutarci a ricordare di essere parti del cosmo.
E Natale è proprio l’occasione di nascita e di rinascita per tutti. Non un rito di luci artificiali e di doni materiali ma una ricerca come quella di Benedikt, un’accoglienza non solo dichiarata come da Irving, un percorso da intraprendere. Quindi perché non immaginare dopo le finestrelle dei giocosi calendari dell’avvento un calendario tutto nostro da Natale all’Epifania? In ogni finestrella un pensiero, un libro, uno sguardo coraggioso e rinnovato sul mondo durante le dodici notti. E allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre non sentire soltanto i botti scaramantici che secondo tradizioni lontane dovrebbero scacciare i demoni del male ma anche – in uno spirito universalistico – sentire i 108 rintocchi delle campane di un’isola giapponese, come evocate in un libro molto poetico di Yoshimura Keiho. Nel Buddhismo 108 sono i desideri mondani che si dovrebbero purificare a Capodanno. Un invito a un nuovo inizio valido per tutti.
Pronti per la notte dell’Epifania, leggendo i meravigliosi versi di Mario Luzi. Notte. La notte d’ansia e di vertigine/quando nel vento a fiotti interstellare, acre, il tempo finito sgrana i germi del nuovo… Ed ecco il convoglio sulle dune dei Magi /muovere al passo dei cammelli verso la Cuna…chi andò chi recò doni o riposa o vigila non teme questo vento di mutazione… Non temere il vento di mutazione è il migliore augurio per le festività, immaginando come nella tradizione islandese che proprio nella notte dell’Epifania anche l’ultimo folletto dispettoso se ne va dal mondo. Se questa è una favola lontana, sempre di più dovremmo sentire vicine le parole dei molti sermoni di Sant’Agostino sul Natale e sull’Epifania per una ricerca interiore pronta ad accogliere l’universalità della salvezza, rappresentata dai Magi.