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IL MASSIMO CHE SI PUÒ

CLAUDIO PIOVANELLI - 19/12/2025

Il 2025 è stato un anno importante per Massimo Ferraiuolo: a luglio ha compiuto 60 anni e a brevissimo festeggerà i 40 anni di milizia nella Pallacanestro Varese, della quale è stato giocatore, allenatore a livello giovanile e, dal 2008, è team manager.

Massimo ha un ricordo nitido della sua “prima volta” con un pallone in mano: “Fu una cosa del tutto casuale – racconta – perché da bambino ero piuttosto gracile, esilino e il pediatra consigliò a mia madre, come si usava dire allora, di farmi “fare ginnastica”. All’epoca la mia famiglia abitava in centro Varese, in via Cavour, e la cosa più semplice fu accompagnarmi in via Rainoldi, dove nella famosa palestrina la Pallacanestro Varese teneva le sue leve giovanili. Era il 1970, avevo 5 anni. Le prime lezioni furono un po’ difficili: ero timido, piangevo, poi gli istruttori (Carlo Colombo, Bruno Brumana, Manuel Campiglio) riuscirono nell’impresa di farmi innamorare della pallacanestro. E dal quel momento… non l’ho più abbandonata. Ricordo che nella mia cameretta giocavo con un canestro e una palla di carta…”.

– Quando ha compreso che avrebbe potuto dire la sua, malgrado un fisico tagliato non proprio su misura per questa disciplina?

“In effetti la mia storia è stata all’inizio un po’ complicata, proprio perché non avevo un fisico da cestista e, oltretutto, a calcio me la cavavo piuttosto bene. In tanti cercarono di dissuadermi ma io da una parte avevo davanti i miti della grande Ignis e dall’altra c’erano allenatori capaci di stimolarmi e di spingermi oltre i limiti. A 14-15 anni ho cominciato a capire che avrei potuto dire la mia, visto che a quei livelli ci stavo e facevo anche la differenza”.

– Al termine del percorso giovanile con la Pallacanestro Varese ha giocato per due anni nella Robur et Fides, in serie B…

“Sì, ricordo che nel 1981 andai in panchina in una trasferta a Torino con la Cagiva di Richard Percudani: che emozione leggere il mio nome nel tabellino il giorno dopo sulla Prealpina, anche se seguito da un “n.e.”… Poi si presentò l’opportunità di testarmi in serie B (che era di livello decisamente superiore all’attuale) in una squadra ambiziosa come quella Robur et Fides, che aveva Giancarlo Gualco come general manager, Dodo Rusconi allenatore e giocatori del calibro di Lucarelli, Lesica, Pagani, Piatti… Furono due anni importantissimi, nella seconda stagione venni inserito nella All Star Game del campionato. Poi Isaac divenne allenatore della DiVarese e mi volle, promettendomi spazio. Così avvenne e per me fu il coronamento di un sogno”.

– Squadre bellissime quelle di Isaac e le successive, che sfiorarono più di una volta la vittoria senza mai conquistarla…

“Vero. In tanti sostenevano che praticassimo il gioco più bello del campionato, con giocatori fantastici come Thompson, Pittman, Sacchetti, Vescovi… Però avevamo qualche limite rispetto alle corazzate che finirono col beffarci nelle partite decisive. E poi ci fu anche un buon contributo della sfortuna: basti pensare al piede oltre la linea di Cook nella semifinale con la Scavolini del 1989, alla finale scudetto del 1990 con l’infortunio di Sacchetti in gara 2 o alla finale di Coppa Italia con Caserta in cui, già privi di Stefano Rusconi, dovemmo rinunciare anche a Dino Boselli che si infortunò nel riscaldamento… Vincere qualcosa sarebbe stato meraviglioso ma di quegli anni eccezionali ricordo il bellissimo clima in squadra e il rapporto fantastico con i tifosi”.

– Gara 3 della finale scudetto con la Scavolini fu un suo capolavoro…

“Ricordo che segnai 19 punti con 5 su 6 da tre punti. Eravamo estremamente carichi malgrado l’assenza di Sacchetti o forse proprio per l’assenza di Meo, che si era appena infortunato in gara 2. Purtroppo perdemmo e in gara 4 a Masnago ci presentammo poi senza più energie fisiche e mentali”.

– Il divorzio dalla Pallacanestro Varese non fu proprio “tranquillo”…

“Ero reduce dalla rottura del tendine di Achille nella stagione di Theus e Wilkins culminata con la retrocessione: per me fu una delusione atroce. Venni scambiato con Masetti, che giocava a Pavia, ma seppi della cosa da un articolo di Giancarlo Pigionatti sulla Prealpina. Me ne andai davvero con l’amaro in bocca. A Pavia furono due stagioni in chiaroscuro: ci fu anche un fallimento per cui noi giocatori perdemmo non pochi soldi, perché allora non c’erano le giuste tutele di adesso; giocai a Padova, tornai alla Robur et Fides e terminai dopo alcune stagioni in serie C. Poi chiusi con la pallacanestro e andai a lavorare nell’azienda di un amico, la mia prima e unica esperienza al di fuori del mondo dello sport che però mi è stata utilissima per comprendere che cosa c’è “là fuori”“.

– Poi, nel 2008, la chiamata di Cecco Vescovi…

“Ringrazierò Cecco per tutta la vita perché lì è cominciata questa mia nuova e bellissima esperienza. In questi 17 anni ci sono stati momenti di grande difficoltà, in cui è stata persino a rischio la sopravvivenza della società. È vero, in queste ultime stagioni le difficoltà ci sono state soprattutto in campo ma posso assicurare che Luis Scola sta cercando di dare alla società una visione diversa e una prospettiva per il futuro che le garantisca non solo la capacità di sopravvivere ma di porsi anche traguardi ambiziosi”.

– E Massimo Ferraiuolo che cosa auspica per se stesso e per i prossimi 40 anni con P.V.?

“Mia moglie dice che ho sposato non lei ma la Pallacanestro Varese e in fondo è un po’ vero. Provo un grandissimo senso di appartenenza a questa realtà e mi piace cercare di farlo comprendere e di trasmetterlo a chi mi sta intorno. In questi anni la società mi ha chiesto a volte di andare al di là di quelli che sarebbero i miei compiti e io l’ho sempre fatto con entusiasmo e spirito di servizio, perché è così che intendo il mio rapporto con la Pallacanestro Varese”.