
Sembra che ogni Natale sia uguale agli altri: l’albero, il presepio, le luci, la Messa di mezzanotte, il pranzo con i parenti, i regali. In realtà, se mi guardo indietro, mi rendo conto di aver vissuto senza accorgermene molteplici vite, in ognuna delle quali il Natale era diverso. Diverse le case, diverse le persone a tavola, diverse le decorazioni: tutti segni – su cui tendo a non soffermarmi, per allontanare la malinconia – di come fossero cambiati, nel tempo, i sentimenti, i pensieri, le emozioni, gli affetti.
C’è un Natale, però, o meglio una Vigilia, a cui ritorno sempre con il sorriso. La memoria me la ripresenta nella sua essenzialità e mi sfuma i dettagli, tanto che non saprei dire se le cose si fossero svolte proprio nel modo in cui le rivedo. Mi perdoneranno, quindi, coloro che dovessero trovare imprecisioni nel racconto: credo nascano da quell’atmosfera fiabesca che avvolgeva l’esperienza.
Erano i primi anni ’70 (o forse gli ultimi ’60?). A quell’epoca ero stata tacitamente nominata presentatrice del coro Settelaghi: lo seguivo nelle sue esibizioni e leggevo una breve spiegazione prima di ogni brano. Eravamo tutti amici: coristi, familiari, simpatizzanti. Non c’era con tutti la stessa confidenza, ovviamente, ma si stava bene insieme, in armonia – è proprio il caso di dirlo.
Così partecipai anch’io a quell’iniziativa della Vigilia di Natale. Un carro trainato da due buoi attraversava il centro di Varese. Procedeva lento. Sul carro, in mezzo al fieno, alcuni coristi. Altri, a piedi, lo affiancavano. Camminavo con loro. La serata era gelida, non nevicava, ma qualche fiocco volteggiava, di tanto in tanto, nell’aria – o voglio ricordare che fosse così? Le strade erano illuminate da una luce calda – forse luminarie. A intervalli regolari il carro si fermava e il coro intonava un canto natalizio. Nessun altro attorno, nessuno a guardare e ad ascoltare. Chissà se dietro le finestre qualcuno si stupiva. La melodia era amplificata dal silenzio delle strade deserte. Avremmo potuto essere i personaggi di un presepe in cammino verso la capanna. Fu un’emozione intensa: era come se la musica e il silenzio, l’amicizia che ci univa e l’attesa dell’evento dessero un senso alla vita, persino in quella gelida sera d’inverno. Mi sembrò il modo più autentico di vivere il Natale, l’unico possibile.
La magia sfumò in pensieri più terreni quando, in fondo a Corso Matteotti scoprimmo che la pasticceria Pirola – che allora si trovava dove oggi è il negozio Nespresso – aveva preparato sotto il portico panettone e spumante per tutti. Era finita la magia, ma non il calore che quell’esperienza ci aveva regalato.