Politica

NO, TU NO

ROBERTO CECCHI - 19/12/2025

A occhio, qualsiasi cosa si faccia o si dica, Putin non accetterà mai di sedersi ad un tavolo per trattare con Zelensky alla pari. Neanche per accordarsi su un cartoccio di giuggiole (altrimenti, perché chiedere le elezioni ad un paese in guerra?). Non lo vuole avere come interlocutore. Il nodo della passione che stiamo vivendo, sembra stia proprio tutto qui. L’impressione è che lo zar si sentirà sazio solo quando vedrà lo scalpo del suo avversario – proprio quello lì e non altri – in cima ad una picca, al Cremlino, per poter dire ai suoi di aver vinto la guerra e giustificare, così, un conflitto sconsiderato che, dopo quasi quattro anni, si dice abbia fatto un milione di giovani soldati, tra morti e feriti. È offeso, offeso a morte, lo zar, per il semplice motivo che qualcuno gli resiste, come sta facendo l’Ucraina, che pensava di poter travolgere in quattro e quattr’otto. Come si comprende dai proclami on line dei primi giorni di guerra (anzi, dell’ “operazione speciale”), quando invitava gli ucraini ad arrendersi alle truppe russe senza combattere.

Si sente più forte, adesso, perchè ha trovato dalla sua parte il nuovo (si fa per dire) presidente degli Stati Uniti che la pensa esattamente come lui, in primis sull’Europa. Entrambi la vogliono debole. Anzi, non la vogliono affatto. Preferirebbero avere a che fare con tanti staterelli da guardare dall’alto in basso, com’era prima della seconda guerra mondiale, e imporre loro voleri e merci. Se fino a qualche giorno fa, queste potevano sembrare delle fantasticherie, è solo perché non avevamo le prove dell’esistenza di un progetto del genere. Adesso le prove ci sono. La prima è arrivata pochi giorni fa dalla Gran Bretagna, dove tale Nathan Gill è stato condannato a ben dieci anni (!) di galera per aver preso tangenti durante il suo mandato da parlamentare europeo, tra il 2014 e il 2020, per fare dichiarazioni filorusse. Nathan Gill, è un ex europarlamentare e nel Galles è a capo del partito di destra populista Reform UK, braccio destro di quel Nigel Farage, fondatore e capo della medesima formazione politica, che ha portato il primo febbraio 2020 il Regno Unito alla Brexit. All’uscita dall’Europa Unita. Il primo tassello d’un accurato lavoro di smontaggio dell’Unione Europea che va avanti da anni.

Il secondo tassello riguarda gli USA. L’Heritage Foundation, un think tank ultra conservatore vicino a Trump, ha prodotto un documento strategico, il «Project 2025», dove compare l’obbiettivo di smembrare l’unione europea. La Fondazione ha “sviluppato un’alleanza con quelle stesse associazioni e amministrazioni dell’ultradestra sovranista europea coltivate da Vladimir Putin” (Gabanelli, Corsera 1.12.25). Dunque, non è difficile comprendere perché gli USA si stiano trasformando rapidamente in una democrazia illiberale, dove l’esecutivo tende a prevalere su Congresso e Corte Suprema. In cui la presidenza impone tariffe che la Costituzione attribuisce al Congresso e prova a minare, screditandola, l’indipendenza della Banca centrale americana. Al contempo, “ha sviluppato una forma aggressiva di capitalismo clientelare (cronycapitalism), che ricorda più l’Argentina di Perón che il capitalismo di un Paese avanzato. I presidenti delle grandi società dell’high tech, delle imprese di criptovalute o delle grandi banche vengono convocati alla Casa Bianca, dove devono tessere le lodi delle politiche trumpiane, annunciare investimenti faraonici e fare donazioni alla Fondazione Trump, al Partito repubblicano e/o ai Super-Pac vicini al presidente” (Dilmore 2025).

E noi, che si fa? Oggettivamente c’è poco da fare. Abbiamo traccheggiato troppo. I novelli “soci” si spartiscono l’87-88% delle testate nucleari globali. Solo la Russia pare ne possieda 5.459 (IA). Un arsenale di deterrenza che per ottant’anni è stato alla base del cosiddetto equilibrio del terrore che, bene o male, ha salvaguardato la pace di cui abbiam goduto fino ad adesso. Ora quest’equilibrio si è spezzato. E non abbiamo argomenti da opporre. C’è da sperare solo che la politica abbia voglia di ripartire, magari, proprio da quel che sta succedendo negli USA, dove s’intravede un’opposizione capace di farsi strada e, sorprendentemente, anche di vincere. Mi riferisco alle recentissime elezioni a New York e a Miami, dove hanno vinto due sindaci democratici. Andrebbe compreso quanto siano profondi questi sussulti. E, forse, invertendo le parti, stavolta dovremmo essere noi a dare una mano per far crescere questi semini di dissenso, accompagnando per mano un’opposizione impietrita – anche lì – incapace di muoversi, di dare una visione alternativa alla follia che stiamo vivendo. Quantomeno, in vista delle elezioni americane di midterm del prossimo anno, che potrebbero rimescolare completamente le carte.