Editoriale

POVERO E BELLO

ROMITE AMBROSIANE - 19/12/2025

Natività, Gherardo delle Notti, 1619-20, Uffizi, Firenze

In questo Natale vorremmo offrirvi un dono. Meglio: mostrarvelo perché non lo abbiamo confezionato noi, né l’abbiamo acquistato. Ci è stato offerto, lo condividiamo con voi, con tutti. Andando a concludersi il Giubileo della speranza, crediamo che la porta che si chiude alle nostre spalle apra una via, la via della bellezza, la bellezza della nostra umanità salvata. È una via antica, più antica di qualunque Giubileo e il primo a percorrerla è Antico di giorni, eppure è un uomo, il più bello dei figli dell’uomo.

Ce lo descrive nel suo itinerario di bellezza sant’Agostino (Esposizione sul Salmo 44, 3): “Bello è Dio, Verbo presso Dio; bello nel seno della Vergine, dove non perdette la Divinità e assunse l’umanità; bello il Verbo nato fanciullo, perché mentre era fanciullo, mentre succhiava il latte, mentre era portato in braccio, i cieli hanno parlato, gli angeli hanno cantato lodi, la stella ha diretto il cammino dei magi, è stato adorato nel presepio, cibo per i mansueti (cf. La 2, 8-14; Mt 2,1). È bello dunque in cielo, bello in terra; bello nel seno, bello nelle braccia dei genitori; bello nei +-miracoli, bello nei supplizi; bello nell’invitare alla vita, bello nel non curarsi della morte, bello nell’abbandonare la vita e bello nel riprenderla; bello nella croce, bello nel sepolcro, bello nel cielo. Ascoltate il cantico con intelligenza, e la debolezza della carne non distolga i vostri occhi dallo splendore della sua bellezza”.

Conosciamo la “debolezza della carne”, la temiamo e ci spaventa, cosicché ci può sembrare vana la bellezza di ciò che è debole, eppure quella porta di salvezza attraversata portando tutta la nostra debolezza ci ha fatto incontrare proprio la bellezza di ciò che è debole, ma salva. La bellezza di ciò che è debole, ma è salvato. Ecco l’Antico di giorni, Colui che sta all’origine “anche nel fatto che si è rivestito della carne (…), se considererai la misericordia nella quale si è fatto uomo, ivi è bello”. Già, perché nonostante la dolcezza dei nostri presepi, non era così evidente la bellezza di un bimbo nato nella povertà, come tutti i poveri dal futuro assai incerto. Se era un bel bimbo, senza parole diceva fragilità, se come ogni neonato annunciava futuro non era senza precarietà. Ma fragilità e precarietà portavano la misericordia.

“Il profeta pertanto (…) diceva: Lo abbiamo visto, e non aveva bellezza né decoro (Is 53, 2). Perché? Perché lo vedevamo senza comprendere. Ma per coloro che capiscono. E il Verbo si è fatto carne (Gv 1, 14), è di una sublime bellezza”. Una bellezza che può comprendere solo chi va in cerca di misericordia, chi si sente e si sa misero, ma anche bello, grazie allo sguardo di Dio, al suo amore. Chi cerca la propria bellezza per sé cerca qualcosa di effimero e precario. Il proverbio dice “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”; non è invito al relativismo, ma saggio monito a cercare la bellezza nell’orizzonte delle relazioni. Alla vista dell’altro posso essere bella, per piacere a chi amo e a chi mi ama desidero essere bella, ed anche: l’amore di chi mi ama fa fiorire la mia bellezza. Così Colui che dall’eternità ci ha desiderati e si è fatto carne per venirci a cercare, ha trovato in noi una bellezza povera ed effimera e ha continuato ad amarci per renderci partecipi della sua bellezza: “Deforme è amata, affinché non resti deforme. Non è amata infatti perché deforme, in quanto non è la deformità che è amata; se fosse amata, verrebbe conservata; ha eliminato la deformità, e ha creato la bellezza. A chi è venuto, e chi ha formato?

Venga ormai egli stesso (…); ecco, lo stesso sposo avanzi verso di noi: amiamolo. (…) Egli ha trovato molte deformità e ci ha amato”. Ecco, ripetiamo quella domanda: “A chi è venuto e chi ha formato?”. A chi è venuto perché la deformità amata divenisse bellezza? Ovvero chi si sente chiamato a camminare su questa via di bellezza che è l’umanità fragile e precaria del bambino di Betlemme, del condannato del Golgota?

L’umanità nella sua debolezza è bella per la sua capacità di attendere e sperare; l’umanità nella sua precarietà è bella perché capace di amare, di donare se stessa; l’umanità nella sua povertà è bella per il desiderio di rendere l’altro felice, di prendersi cura della povertà dell’altro. E queste bellezze sono la bellezza scandalosa dell’umanità di Gesù. Lui è venuto, ci ha trovati deformi, ci ha amati e ci ha donato la sua bellezza, la bellezza fragile e sofferente della misericordia.