Misconosciuto, sottovalutato, liquidato come peccatore e dimenticato: eppure Pio IV Medici, il papa “varesino” morto 460 anni fa – il 9 dicembre 1565 – è stato un pontefice decisivo nella storia della Chiesa cattolica: artefice, con il nipote Carlo Borromeo, della positiva conclusione del Concilio di Trento che nel 1563 fissò la dottrina e pose le basi per la vita religiosa nei secoli a venire. La storica assemblea promosse la rinascita morale della Chiesa cattolica, sancì la riforma dei costumi del clero, riconobbe l’interpretazione ufficiale delle Sacre Scritture come la sola valida, riorganizzò i vecchi ordini religiosi maschili e femminili, normalizzò le nuove congregazioni e “salvò” Roma dall’attacco di Lutero e Calvino.
Se dal punto di vista dogmatico fallì l’obiettivo di ristabilire l’unità della fede fra cattolici e protestanti, il Concilio mise fine all’indeterminatezza dottrinale che generava confusione nei fedeli e ribadì che la parola di Dio si trova non solo nella Bibbia scritta sotto la sua ispirazione, ma si manifesta nei concili universali e nell’insegnamento dei papi. Le assisi tridentine specificarono che per ottenere la vita eterna non basta la sola fede, come sosteneva Lutero, ma occorre compiere opere di bene. L’alto consesso definì i compiti della gerarchia religiosa: preti, vescovi, cardinali e dello stesso pontefice. Negò l’uso della lingua volgare nella liturgia (poi introdotto dal Concilio Vaticano II nel 1965), regolamentò il culto dei santi, delle reliquie e delle immagini sacre.
Per comprendere la portata storica delle venticinque sessioni di Trento, va ricordato che i padri conciliari decisero di mantenere la tradizione delle indulgenze che aveva indotto il monaco tedesco a definire Roma il regno dell’anticristo. Essi riconobbero le indulgenze come una pratica salutare per il popolo cristiano, moderandone però l’uso onde evitare che troppa facilità nel concederle indebolisse la disciplina ecclesiastica. L’assemblea abolì invece del tutto gli indegni traffici di denaro per ottenerle e affermò il primato del papa, attribuendogli il diritto di confermare e interpretare i decreti conciliari e facendo risalire a lui l’autorità dei vescovi. Si pronunciò infine sulla comunione, sulla Messa e sul sacramento del matrimonio.
Si diceva che Pio IV, al secolo Giovanni Angelo Medici, nato settimino il 31 marzo 1499 – secondo di quattordici figli di cui “solo” dieci sopravvissero alle malattie neonatali – si può considerare varesino d’adozione benché fosse nato a Milano. Fu commendatario della badia di Ganna, attraverso la quale s’impossessò del castello di Frascarolo con terre e vigne nel territorio di Induno, dove tuttora vivono i discendenti del fratello Agostino. Ereditò il feudo di Marchirolo, Bosco, Grantola, Dumenza e Voldomino dal fratello Gian Giacomo, detto il Medeghino, sanguinario corsaro sul lago di Como e poi generale di Carlo V. Infine al papa è dedicata la grande lapide di marmo posta ad altezza d’uomo nella navata del santuario di S. Maria del Monte.
L’epigrafe latina ricorda il vincolo di amicizia che legò Pio IV al proprio medico Gian Battista Biumi, “cavaliere e conte palatino, filosofo di sommo ingegno e di profondo sapere” che, da buon varesino, s’intendeva anche di finanza. Tanto che spesso il pontefice faceva ricorso ai suoi consigli per risolvere delicate controversie di denaro e per concludere buoni affari. È comprensibile che il figlio di Gian Battista, conte Gian Pietro Biumi, abbia voluto ricordare nel 1582 il rapporto di stretta confidenza tra il padre e il papa tridentino, dedicandogli una lapide nel luogo dove già un’altra persona di famiglia, Benedetta Biumi, era salita in romitaggio nel 1471 unendosi a Caterina da Pallanza e a Giuliana da Verghera.
Papa Medici ebbe una vita romanzesca e trasgressiva. In gioventù fu il braccio diplomatico del fratello fuorilegge che imperversava in Brianza, in Valchiavenna e in Valtellina, con i soldi del quale si laureò in legge a Bologna e acquistò il titolo di protonotario. Fu poi eletto al soglio di Pietro la notte di Natale del 1559 quando era già padre di tre figli, al termine di un conclave in odore di simonia. Ma non sprecò i talenti che aveva in dote: fu capace in soli sei anni di cambiare volto a Roma, sviluppò le università di Milano, Bologna e Urbino, affidò a Pierluigi da Palestrina il compito di tornare a una musica sacra più spirituale, difese il culto di Loreto, bonificò terre e paludi, finanziò opere sociali, enti benefici e ordini religiosi, fortificò le coste contro i saraceni.
Commissionò a Michelangelo alcune delle più belle porte e chiese di Roma anche se toccò proprio a lui, nel severo clima post-tridentino e sotto la spinta del Borromeo, far coprire i nudi del Giudizio Universale nella Cappella Sistina. Pio IV visse in un’epoca che profumava d’incenso e brillava del genio di grandi artisti, ma fu anche illuminata dai sinistri bagliori dei roghi degli eretici: e molti di essi non erano affatto persone senza legge né coscienza. Predicavano il ritorno alla parola del Vangelo, sognavano una Chiesa moralmente incontaminata, umile e vicina ai poveri e reclamavano una profonda riforma del clero: per il Sant’Uffizio un’eresia punibile con la morte sul fuoco. Non per Pio IV, uomo tollerante, che con l’aiuto del nipote pensò ad aprire a Trento una nuova epoca della storia della Chiesa.