È un fenomeno di cui si parla poco, ma che costituisce un segnale d’allarme per gli equilibri economici e sociali del nostro Paese. È la crescita del numero di quelli che se ne vanno: giovani e meno giovani che lasciano l’Italia per raggiungere Paesi dove si siano migliori prospettive di vita e di carriera.
Un rapporto pubblicato nei giorni scorsi dal Cnel ha messo in evidenza che in Italia tra il 2011 e il 2024 sono emigrati 630mila giovani (18-34enni), il 49% dalle regioni del Nord e il 35% dal Mezzogiorno. Nel solo 2024 i giovani che hanno lasciato il Paese sono stati 78mila, quasi gli abitanti proprio di una città come Varese. E quasi il 50% di questi giovani aveva una laurea con i costi per la loro formazione di quasi 160 miliardi considerando gli ultimi dieci anni. Tutti soldi che l’Italia ha speso e che ora aumentano le potenzialità di sviluppo degli altri paesi.
È interessante, ma in qualche modo triste, notare che i giovani italiani che espatriano (magari all’inizio per seguire corsi universitari) vanno verso i paesi occidentali più ricchi: gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia o la Svizzera. Ma non solo. Ebbene per dieci italiani che vanno oltre frontiera solo uno viene da questi paesi a studiare o lavorare in Italia.
Le ragioni sono presto dette: salari più alti fin dai primi mesi di lavoro, maggiori possibilità di carriera, più costruttivi rapporti sociali in società più aperte. In fondo: non siamo un paese per giovani.
Ma il fenomeno della nuova emigrazione non riguarda solo i giovani. Non siamo più ai livelli della seconda metà dell’Ottocento, quando i bastimenti portavano migliaia di italiani in cerca di lavori anche umili negli Stati Uniti, in Argentina così come in Canada e in Australia. Ora sono soprattutto le fasce a reddito medio alto che si muovono alla ricerca di condizioni di vita migliori.
Lo dimostra il fatto che Lombardia e Veneto sono ai primi posti per nuovi emigranti. Con numeri rilevanti. Basti pensare che la provincia di Varese è una delle province che in rapporto alla popolazione ha il più alto numero di persone che hanno trasferito all’estero la loro residenza. A giugno di quest’anno risultavano iscritti all’Aire (il registro ufficiale del Ministero dell’Interno che raccoglie i nomi degli italiani che risiedono stabilmente all’estero per più di 12 mesi) quasi 74mila cittadini originari della nostra provincia. In pratica quasi il 10% dei varesini risiede più o meno stabilmente all’estero.
E ancor più significativo è il fatto che negli ultimi vent’anni il numero degli espatriati è praticamente raddoppiato dato che nel 2005 erano 35mila. E peraltro va sottolineato che non tutti gli emigrati si iscrivono all’Aire anche perché l’iscrizione è obbligatoria solo per chi vive stabilmente all’estero per più di 12 mesi e molti tendono a rimandare l’iscrizione se considerano la scelta non definitiva.
Numeri che nel loro complesso meritano più una riflessione perché indicano una società in declino. Una società in cui si vive più a lungo (con 84 anni abbiamo il record mondiale di speranza di vita), ma in cui si nasce di meno (350mila nascite all’anno a fronte di 750mila morti) e si ha la più alta percentuale di giovani Neet (i giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione): il 15% pari a quasi due milioni.