I dazi sembrano piantarsi sullo stomaco di Donald Trump e sulle tasche del popolo americano. Secondo uno dei più autorevoli think thank economici internazionali, il Kiel Institute for the world economy, sui quasi quattromila miliardi di dollari di importazioni americane, il peso tariffario per gli acquirenti statunitensi sfiora il 96%. I ricercatori di Kiel hanno analizzato 25 milioni di transazioni e hanno scoperto che nei paesi esportatori come Brasile e India, il prezzo dei beni provenienti da questi paesi non è diminuito. “Invece, i volumi degli scambi sono crollati”, si legge nel rapporto di Kiel, il che significa che gli esportatori hanno preferito ridurre la quantità di merci spedite negli Stati Uniti piuttosto che abbassare i prezzi. Sulle stesse cifre veleggia uno studio della Federal Reserve che ha rilevato che nello scorso anno aziende e consumatori statunitensi hanno pagato quasi il 90% del costo legato alle tariffe sui beni provenienti da Messico, Cina, Canada e Unione Europea.
Non c’è due senza tre. Tax Foundation, un think tank con sede a Washington che analizza la politica fiscale degli Stati Uniti, ha rilevato che l’aumento delle tariffe sui beni nel 2025 ha comportato un aumento dei costi per ogni famiglia americana di 1.000 dollari. Nel 2026, le tariffe costeranno alla stessa famiglia 1.300 dollari. Ricordate quella tabella impugnata dal presidente Trump e mostrata al mondo dal Giardino delle Rose della Casa Bianca? Dazi al 30% su tutti i beni importati dall’Unione europea, con una clausola che prevedeva aumenti proporzionali nel caso di ritorsioni da parte di Bruxelles. Una vera e propria dichiarazione di guerra. Poggiava quella tabella su calcoli che non avevano alcun fondamento scientifico-economico. “Con i dazi rilanceremo il manifatturiero Usa” assicurava il presidente. Missione fallita. E dal cilindro tiriamo fuori le parole di Jim Rohn: ”La peggiore arroganza è l’arroganza dell’ignoranza”. Ignoranza, cioè di chi ignora. Morale: il rilancio è rimasto al palo e l’effetto boomerang dei dazi si è abbattuto sui consumatori. Uno stato di cose che Trump nega, ma che in casa repubblicana altri vedono. Nei giorni scorsi la Camera ha votato a favore del blocco dei dazi al Canada. A fare la differenza sono stati sei voti repubblicani. Thomas Massie, Don Bacon, Kevin Kiley, Jeff Hurd, Brian Fitzpatrick e Dan Newhouse hanno convintamente sostenuto la misura per cancellare le tariffe, esprimendo apertamente le preoccupazioni che da mesi pulsano nel partito sulla guerra commerciale avviata dalla Casa Bianca.
La sintesi migliore l’ha fatta uno dei ribelli, Don Bacon: ”Da conservatore vecchio stampo so che i dazi sono tasse per i consumatori americani”. Trump l’ha presa male. Qualche ora prima del voto aveva minacciato chi avesse votato contro i dazi, ma la pattuglia di dissidenti ha tirato dritto. Di più. Neppure tre giorni dopo ecco la notizia che la sua amministrazione starebbe valutando una riduzione dei dazi su acciaio e alluminio per contrastare l’aumento dei prezzi al consumo. I prezzi di alcuni prodotti alimentari, tra cui caffè e carne bovina, sono stati particolarmente elevati nell’ultimo anno, contribuendo a far salire i prezzi di questa categoria del 2,9% su base annua a gennaio. In questo quadro sfavorevole una buona notizia c’è. Secondo i dati pubblicati dal Bureau of Labor Statistics, a gennaio l’inflazione si è raffreddata più del previsto. Sarà, ancora una volta, come sempre, l’economia a premiare o bocciare l’operato di chi sta alla Casa Bianca. Se si vuole bene all’America non esistono repubblicani o democratici, basta il buon senso. Questo si, trasversale.