Referendum sulla giustizia? Anche no. Piuttosto: referendum sulla magistratura, come voleva la destra. O referendum sul governo Meloni, come vuole la sinistra. E, per la verità, come di giorno in giorno (di sorpresa in sorpresa) sembra idem-volere la destra, mutatis opinionibus. Manca la scesa in campo della premier a confermare l’ipotesi/certezza. Scenderà, non scenderà? Scenderà, scenderà. Pur se da mesi afferma di volersi tener lontana dal focus sulla separazione delle carriere, i due Csm, l’Alta corte di valutazione sulle toghe eccetera. Anticipo del guizzo finale, prossimo a manifestarsi, sono gl’interventi Giorgiani circa alcuni fatti di cronaca, finalizzati al verdetto del 23 marzo. Ovvero, ecco il messaggio: se oggi qualcosa va storto nell’affrontare le emergenze d’ordine pubblico, criminalità, lavoro di procure tribunali corti; domani tal qualcosa andrà dritto grazie alla riforma approvata dal popolo.
Il popolo, dunque. Il popolo ai cui occhi tutto va semplificato, così da tirarlo dalla propria parte. Ma il popolo s’appassiona a quesiti lontani dal suo interesse principale, cioè avere una giustizia rapida, efficiente, credibile sempre? Pare non appassionarsene un granché, forse essendo la materia del contendere specifica, oggetto d’intemerate strumentali dai sostenitori di entrambi i fronti. Ergo, indecisione del popolo, lo attestano i sondaggi: andare o no alle urne? Incoraggiano, ahinoi, il cupio transfugere uscite incaute tipo quella del procuratore di Napoli Gratteri (massoni, mafiosi, gente di potere probabilmente voterà sì) e quella del ministro della Giustizia Nordio (le correnti del Consiglio superiore della magistratura agiscono con metodo para-mafioso).
Ci si aspettava un confronto sereno, imperniato sul merito tecnico-funzionale della riforma, teso a illustrarne gli auspicati pro e i temuti contro. Non è andata e non andrà così, nonostante l’intervento calmierante di Mattarella, presentatosi al Csm fra lo stupore generale, a predicare rispetto delle istituzioni. Ormai la sfida s’è politicizzata, e suona strano che stia al gioco (e perfino lo promuova) la destra, cui converrebbe l’opposto. Scelta che, opzionata con tempismo, avrebbe conquistato favore persino in una quota della sinistra. Da come si son messe le cose, resta a zero la possibilità del trasversalismo di parere. Et alors: 1) trasformata la posta in palio nel sì/no all’esecutivo, la Meloni si troverà nella stessa situazione di Renzi 2016, alle prese con un apodittico verdetto su sé stessa; 2) la piega presa dal confronto divenuto lite rischia d’indurre molti a disertare le urne, sicuri che -comunque vada- la giustizia non ne avrà benefici, mentre ne avrà la speculazione partitica; 3) una bassa percentuale di votanti, pur sufficiente a validare la consultazione non essendo previsto il quorum, ne sminuirà il significato e soprattutto accrescerà la sfiducia dei rappresentati verso i rappresentanti. Morale: la vera separazione a emergere/confermarsi sarà quella tra paese istituzionale e Paese reale. Di palazzo e no.