
Chi è Dio per chiedermi tanto? cosa vuole da me? e io cosa voglio da lui?
Portare la croce se è un ciondolo può essere bello e di moda. Mettere una croce su una parete già può infastidire.
Fare un segno della croce davanti a una chiesa o a un cimitero o su di sé al mattino e alla sera diventa complicato.
Segnarsi prima di iniziare a mangiare o di qualche attività (tanto più se in pubblico) è impresa proprio difficile.
Prendere la croce e portarla “nella” vita sembra assurdo.
È facile allora disinnescare queste parole con belle favolette, come quella dell’uomo con tante croci pesantissime.
Urlò a Dio: “Me ne hai date troppe,non ce la faccio più!”. Il Signore gli rispose: “Esaminiamole insieme. Guarda bene: questa te la sei fabbricata da solo… questa te la sei cercata…”.
Ne restò una, piccola e preziosa, con scritto “made in Gesù”. Il Signore replicò: “Questa è la mia, un’opera unica per te”. E l’uomo scoprì poi che era la chiave di casa, quella del cielo.
Dice la saggezza popolare: se ognuno portasse la sua croce in piazza, guardando quelle degli altri, tornerebbe a casa ancora con la propria. Se le storielline aiutano, invece la realtà “umana” disorienta: ci sono pure le croci inaspettate che qualcuno ti butta addosso. Dico “umana” perché invece in natura gli animali seguono con spontaneità la logica divina nascosta nella creazione.
Le aquile vivono circa 70 anni, ma a 40 anni “prendono” una decisione difficile: le unghie cresciute non riescono più a trattenere la preda, il becco diventa troppo curvo verso il petto e non è più utile, le piume invecchiate appesantiscono e volare diventa arduo. O si rassegnano pessimisticamente e muoiono, o affrontano un doloroso processo di rinnovamento che consiste nel ritirarsi in un nido tra le montagne, colpire la roccia con il becco finché non si spezza, attendere il suo riformarsi per poi troncare i vecchi artigli; infine con quelli ricresciuti strapparsi tutte le piume.
Quindi dopo mesi di sacrifici e cicatrici, c’è la rinascita: può spiccare il volo e tornare ad accoppiarsi e donare vita, perché unghie acuminate, becco a uncino ripiegato su di sé e piume pesanti la distaccavano da sé, dagli altri, dalla realtà.
Dovremmo imparare dalle aquile ad affrontare i nostri artigli, i nostri uncini ripiegati, le nostre pesantezze, le chiusure, i pessimismi, le “nostre” croci che come zavorre ci condannano, schiacciano, uccidono.
Dovremmo imparare a scegliere la “sua” croce, la sua logica di vita nuova, anche se è ruvida e impegnativa. È come un parto, dove il grido di dolore della mamma coincide con l’urlo del vagito di vita del neonato.
Il traguardo della mamma contorta nelle doglie del “parto” diventa per chi nasce voce del verbo partire: “io parto”. È la decisione da prendere per l’aquila. È la croce per Gesù. Attenzione però! Se la croce non ti va bene, allora è proprio la tua! La croce non va mai a pennello dei gusti e delle esigenze.