
La parola tumore di per sé incute timore. Da quando mi sono laureato (1980) ad oggi però devo dire che molte cose sono cambiate. Se prima il termine era praticamente una sentenza, oggi con la prevenzione e la terapia, questo sostantivo ammette anche speranze.
Il primo passo quando si affronta questo percorso, comunque non facile anche psicologicamente, è la stadiazione, cioè la fotografia della fase della malattia, dalla quale poi partono le scelte terapeutiche.
Quindi quando la formazione è di piccole dimensioni e localizzata in un’unica parte dell’organismo, la si può aggredire con la chirurgia o la radioterapia, arrivando ad una soluzione radicale e definitiva della patologia.
Se invece il tumore si estende oltre una zona specifica del nostro organismo si dovrà ricorrere ad una terapia sistemica come la chemio (immuno o ormono) terapia od i farmaci specifici.
La stadiazione è quindi un passaggio obbligato per capire come è messo l’avversario e delineare nel modo più corretto le difese terapeutiche da opporre.
I passaggi quindi di questo percorso sono progressivi e partono dalla raccolta delle informazioni dal malato (anamnesi), da una visita obbiettiva da parte dello specialista di branca e poi dagli eventuali esami diagnostici volti a rispondere alla domanda principe, che è, quanto la malattia sia diffusa.
Oggi a disposizione del medico ci sono tecnologie che 50 anni fa nemmeno esistevano e che offrono una ampia gamma di valutazioni diagnostiche più o meno invasive: ricordiamo ecografia, radiografia, tomografia (TAC), risonanza magnetica (RNM), Pet (tomografia a emissione di positroni), esami di laboratorio, biopsia (prelievo di cellule da analizzare), endoscopie giusto per ricordare le più comuni.
Lo specialista quindi in base al sospetto diagnostico può scegliere una od alcune tra queste possibilità per cercare di rispondere alla domanda principale cioè se la malattia è rimasta confinata in una zona ben precisa o ha incominciato a diffondersi in altre parti dell’organismo.
Le metastasi sono la presenza del tumore non più nel luogo di origine ma in altri distretti corporei ed il loro studio sia clinico (stadiazione) che patologico (studio delle cellule) permette di avere una valutazione ideale della diffusione della malattia.
La maggioranza dei tumori viene classificata in quattro stadi di gravità crescente ed indicati con numeri progressivi.
Per stadio 0 si intendono quei carcinomi in situ (cioè rimasti dove sono iniziati), che non si sono diffusi e quindi non hanno infiltrato altri tessuti e che hanno di conseguenza una possibilità di guarigione molto elevata.
Stadio I, tumore di piccole dimensioni localizzato nell’organo di origine, stadio II che ha coinvolto già dei linfonodi o delle ghiandole regionali, anche in questo caso la prognosi è generalmente buona, stadio III tumore di dimensioni maggiori con ampio coinvolgimento dei linfonodi regionali, prognosi incerta, stadio IV tumore diffuso anche ad altri organi (oltre quello di origine) quindi con metastasi lontane, quindi stadio avanzato e prognosi sfavorevole.
Scrivo queste righe per far capire quanto la prevenzione e le campagne in questo campo offerte ad esempio dalla Regione Lombardia siano ideali per arrivare ad avere delle diagnosi nei tempi migliori quindi prima che la malattia si sia diffusa a stadi avanzati e quindi sia diventata più difficile da aggredire. Quando ne avrete l’opportunità forzate pertanto la pigrizia connaturata al genere umano, e fate la prevenzione, ben sapendo quanto questo gesto sia importante per la vostra salute.