*È nato tutto per caso, ficcando il naso nell’ordinata baraonda del piano terra della sua casa nella frazione varesina di Sant’Ambrogio. È questo il luogo in cui Vittore Frattini, 88 anni, uno dei più grandi artisti italiani viventi, il maestro della luce che nelle sue opere ricerca ancora l’essenziale, pensa, crea, archivia. Ed è proprio condividendo album e vari faldoni nei quali le foto sono custodite con cura che emerge la sua dimensione meno conosciuta: quella dell’ex sportivo, che fu prima di tutto cestista. “Al basket ho dedicato anche questa scultura” dice con il suo fare garbato, indicando una statua in bronzo “della quale – aggiunge – tra poco vi parlerò”.
Ma prima c’è la storia tra i canestri dell’uomo che ha conosciuto straordinari colleghi quali Henry Moore, Man Ray, Graham Sutherland, Emilio Scanavino, che ha incontrato personaggi unici quale il conte Giuseppe Panza, che è stato invitato alla Casa Bianca dall’allora presidente Lyndon Johnson e che, last but not least, è figlio di Angelo Frattini, scultore e mentore di quel Flaminio Bertoni che fu lo stilista delle più belle auto della Citroën. Vittore, dunque, tra arte e sport.

“Ho cominciato alla Robur et Fides, società legata all’oratorio, nel 1952: debuttava la squadra di basket. Ho giocato con Luigi “Cicci” Ossola, fratello dell’Aldo campione con la Ignis: Cicci poi sarebbe diventato calciatore in serie A, ma i suoi inizi furono nel basket, mentre Aldo sembrava avviato a una bella carriera nel calcio. Strada facendo, si sono scambiati i ruoli. Noi, comunque, andavamo a giocare anche a Milano: non eravamo nemmeno 10 in squadra, però si vinceva. Com’ero come cestista? Non essendo molto alto, giocavo da esterno e il mio forte era la difesa: ma qualche canestro lo segnavo. Ho poi ripiegato sul ciclismo perché, frequentando Brera, ero un pendolare e andare agli allenamenti dopo lo studio era pesante”.

Vittore Frattini, che alle Medie ebbe come professore di ginnastica Vittorio Tracuzzi, che avrebbe allenato Varese, la Virtus Bologna e la Nazionale, ammette che lo sport è stato per lui fonte di ispirazione: “Mi ha insegnato molto sotto tanti aspetti, dalla disciplina al sacrificio e alla capacità di tenere duro: se penso alle peripezie di una Sofia Goggia…”. Però oggi ci sono aspetti che non gli garbano: “Il calcio, per dire, ora mi piace poco: lo muovono troppi interessi. Però il ricordo del Grande Torino, squadra che da ragazzotto seguivo, è sempre piacevole”. In compenso, pure lui è preso da Sinner (“Un fenomeno”), anche se non sempre il tennis di oggi lo convince: “Preferivo quello più “giocato” di un tempo, ora il servizio incide troppo”.

Ci stavamo dimenticando della statua? Assolutamente no. Ecco spiegato l’arcano: “Giancarlo Gualco, general manager della Ignis, mi disse che Giovanni Borghi voleva un trofeo per un torneo a lui intitolato che si sarebbe disputato a Napoli. Eravamo nel 1968, vinse proprio la Ignis contro la Fides Partenope, che in precedenza era stata a sua volta sponsorizzata, come Ignis Sud, dall’azienda del commendatore. Mi è venuto, d’istinto, di realizzare un giocatore che va a schiacciare”. Dettaglio non trascurabile: all’epoca nessuno schiacciava, solo Guido Carlo Gatti aveva nel repertorio quel gesto. “Volete dire che ho anticipato i tempi?” sorride Frattini. Sì, Vittore, lei l’ha fatto.
*Corriere della Sera