Lettere

MEMORIA PER GL’INTERNATI

- 20/09/2025

“La fuga dal campo di prigionia non fu un atto di eroismo, ma dí disperazione.”
Cominciava sempre così il racconto di mio padre, Luigi Vinci, classe 1916, bersagliere, che dopo il servizio militare, venne richiamato e si fece la guerra d’Africa.
Uno dei tanti combattenti; uno dei pochi sopravvissuti.
Al rientro in Italia, dopo la caduta di Tripoli, rifiutò di arruolarsi nell’esercito della Repubblica di Salò, perché, diceva lui: “Avevo fatto troppa guerra”.
Non voleva mettersi la camicia nera,
Non voleva ubbidire ai tedeschi.
Chiese di essere lasciato a casa.
Invece venne internato in un campo di “lavoro“ (prigionia), dove, privato anche dei suoi vestiti, sostituiti con altri di tela cerata, lavorava per i tedeschi che, in cambio, gli davano la vita e, per mangiare, bucce di patate e miglio.
Riuscì a scappare e, pur ferito, a raggiungere la Svizzera, dove venne salvato.
Il suo (e dí altri 650.000) rifiuto di sottomissione ai nazifascisti non venne mai riconosciuto come contributo alla libertà del popolo Italiano.
Fino a ieri.
Quando ho sentito le parole del Presidente della Repubblica: ”quei 650.000”, dimenticati e misconosciuti interpretarono l’amor di Patria e l’onore del Popolo italiano, e, sul piano valoriale, il loro NO ebbe un significato ed una valenza di altissimo livello.
Mio padre non c’è più da 19 anni, poiché però parliamo spesso, riferirò il Suo messaggio, Signor Presidente.
Grazie Papà, grazie Presidente.
Alfio Franco Vinci