Attualità

2352 ANNI DI CELLA

ROBERTO CECCHI - 21/11/2025

Imamoglu, rivale di Erdogan, rischia 2mila anni di carcere (da Il Manifesto)

Alle volte, certe notizie paiono così inverosimili che ci si passa sopra come se niente fosse. Si guarda il titolo dell’articolo, si pensa che sia la solita boutade giornalistica e si va oltre. È una maniera come un’altra di risparmiare tempo, ma soprattutto – credo – è anche il modo di difendersi dalle troppe sollecitazioni che la vita quotidiana ci propina. Veniamo a sapere troppe cose e diventa naturale selezionare, soprattutto quando si frequentano più fonti d’informazione, come social e carta stampata insieme. Nessuno ha una mattinata intera da dedicare all’informazione, per quanto poco abbia da fare.

Eppure, alle volte, certe notizie meriterebbero qualche momento in più. L’ultima volta che mi è capitato di doverci ripensare è stato qualche giorno fa, leggendo la notizia che vorrebbero condannare un tizio a ben 2352 (!) anni di galera. Il titolo dell’articolo era questo Imamoglu, l’atto d’accusa choc: 2.352 anni di cella (Corsera 12.11.25). Son passato subito alla pagina successiva. Quella storia non mi diceva niente. Non ricordavo, lì per lì, chi fosse Imamoglu. Ma son ritornato subito sui miei passi, perché sembra impossibile che si possano comminare pene del genere. Che aveva mai fatto questo signore per meritarsi tanto? Era un serial killer? Un bombarolo stragista?

Guardando il sottotitolo Istanbul, la richiesta del procuratore per il sindaco anti-Erdogan. Il partito: non è democrazia lo si capisce subito di che cosa si tratta. È la storia del sindaco della città di Istanbul, capitale della Turchia, che diversi mesi fa (a marzo) è stato incarcerato, perché sospettato di complottare contro il capo del suo governo. L’atto di accusa, di ben quattromila pagine, è stato formulato dal procuratore capo di Istanbul Akin Gurlek, che ritiene Imamoglu, “il capo di un’organizzazione criminale, composta da 400 persone” che avrebbe procurato danni di miliardi di lire turche alle finanze del paese.

In realtà, Imamoglu è (era) semplicemente il competitor di Recep Tayyip Erdogan alle prossime elezioni politiche del 2028 (s’è preso per tempo!). Non è né un assassino, né un delinquente, ma semplicemente un soggetto politico capace, stimato, l’unico in grado di sbarrare la strada alla rielezione dell’autocrate che governa attualmente il paese. Non è la prima volta che in Turchia si assiste a cose del genere. È accaduto anche negli anni passati di sentire di vere e proprie purghe di sapore staliniano, con l’incarceramento di migliaia di oppositori politici. Ma se n’è parlato poco, un paio di giorni. Poi la notizia è sparita dalle cronache. E il titolare del potere costituito turco è tornato ad essere un soggetto pubblico senza macchia e senza paura. Interlocutore molto ascoltato da tutte le cancellerie internazionali compresa la nostra.

Un «dittatore di cui si ha bisogno», aveva spiegato Mario Draghi nel 2021. E questa è una delle rare volte che non si può essere d’accordo col nostro ex presidente del consiglio. La ragion di stato non può costringerci a mettere la testa sotto la sabbia. La richiesta di 2362 anni di pena per Imamoglu ci fa capire, immediatamente, più di qualsiasi sofisticata analisi politica, che in quel paese la giustizia è asservita al potere. Che è una giustizia di parte, manipolabile. Non è indipendente come dovrebbe essere e per compiacere al potere costituito si espone addirittura al ridicolo, andando ben oltre il plausibile, sconfinando nella macchietta e tiene in galera un innocente. Non è giustizia e non è democrazia.

Credo quindi che bisognerebbe parlarne di più, a costo di stare sui giornali oltre il dovuto. Ma è per non avere dubbi la prossima volta, quando questa Turchia chiederà nuovamente di entrare nell’Unione Europea (lo chiede dall’1987). Finora, fortunatamente, abbiamo saputo evitare quest’apparentamento. Ma potrebbe succedere che per ragioni d’opportunità si faccia finta di nulla e vada a finire tutto in cavalleria. Ed è bene che non accada. Perché, a dispetto di tutto, delle chiacchiere senza senso dei non europeisti, l’UE è diventata un punto di riferimento anche per gli Europei, soprattutto giovani. Addirittura, è ai massimi storici il sostegno all’Euro. L’83 per cento dei cittadini dei paesi dell’eurozona è favorevole all’unione economica e monetaria. I più favorevoli sono i giovani, quelli sotto i 25 anni dai quali, va detto, c’è sempre da imparare. “La parte curiosa è chi ha cambiato idea: gli over 55, storicamente più scettici, sono favorevoli l’80 per cento” (fonte Bce 2025). Per andare oltre su questa strada, ci vogliono compagni all’altezza, irreprensibili. Democratici.