
Un tesoro perso cento anni fa e ricomparso all’improvviso in Canada, una causa di canonizzazione ferma in Vaticano e una reliquia conservata a Varese che fa riferimento a papi e imperatori: sono gli ingredienti romanzeschi della saga di Carlo I d’Austria, l’ultimo imperatore degli Asburgo-Lorena la cui figura è avvolta da un contraddittorio alone di santità e di violazioni del diritto bellico. La notizia del rinvenimento del tesoro è stata pubblicata ai primi di novembre dal tedesco Der Spiegel e dal NY Times: i gioielli della dinastia imperiale che si ritenevano perduti sono stati trovati nel caveau di una banca in Québec, ancora chiusi nella valigia di cuoio con cui Zita di Borbone-Parma, la vedova dell’imperatore, fuggì dall’Europa nel 1940.
Il tesoro è composto da quindici pezzi tra cui l’orologio di smeraldi che l’imperatrice Maria Teresa regalò alla figlia Maria Antonietta, una spilla con perle e rubini e soprattutto un diamante giallo da 137 carati appartenuto alla famiglia Medici di Firenze noto come Florentiner, il Fiorentino. È uno splendido esemplare che in base al “patto della famiglia Medici” del 1737 non poteva lasciare Firenze e dunque potrebbe ora essere rivendicato dall’Italia. Fiutando l’imminente fine dell’impero austroungarico, Carlo I lo fece mettere in salvo nel 1918 con altri preziosi in Svizzera e, morto il marito, la vedova Zita portò tutto con sé e con gli otto figli in Canada, vent’anni dopo, fuggendo dal nazismo. Depositò la valigia in banca e dispose che i discendenti ne dessero notizia trascorsi cento anni.
La volontà di Zita è stata scrupolosamente eseguita e la notizia del ritrovamento dei gioielli smentisce le tante versioni accreditate nel secolo scorso – forse messe in circolo ad arte – secondo cui i preziosi erano stati rubati, tagliati a pezzi, venduti all’asta, convertiti in denaro o impegnati a Budapest in un tardivo tentativo di restaurazione. Tutto falso: il tesoro che il previdente Asburgo aveva organizzato di portare all’estero, era in salvo in una cassetta di sicurezza in Canada. Così come è al sicuro in cassaforte la fama di uomo retto che Carlo I ha consegnato di sé alla storia: è in corso, infatti, la causa per farlo santo. Salito al trono a ventinove anni dopo la morte di Francesco Giuseppe il 21 novembre 1916, a guerra in corso, prese il posto dell’erede designato Francesco Ferdinando assassinato a Sarajevo.
Accogliendo i moniti di Benedetto XV, cercò di concludere una pace separata con Londra, Parigi e Roma. Non riuscì nell’impresa ma in patria provò a ridurre gli effetti della tragedia: istituì un ministero che oggi diremmo del welfare, organizzò cucine pubbliche per sfamare il popolo, utilizzò i cavalli e le carrozze di corte per rifornire di carbone i viennesi, soccorse i bisognosi di tasca sua. Virtù eroiche, secondo la Chiesa. Tuttavia l’Austria non risparmiò l’uso dei gas asfissianti – proibito dalla convenzione dell’Aia nel 1899 – nelle battaglie dell’Isonzo e a Caporetto contro le trincee del Regio Esercito italiano e la guerra ebbe un tragico bilancio finale di otto milioni di morti, venti milioni di feriti, devastazioni, debiti e fame. Ciò che è peggio, i trattati di pace non superarono le rivalità nazionali creando le premesse per accendere il secondo conflitto mondiale.
Perduta la guerra, a Vienna fu abrogata la monarchia e Carlo I, dopo un tentativo di trasformare l’Impero in uno Stato federale con quattro regni nazionali (Austria, Ungheria, Polonia e territori iugoslavi), l’11 novembre 1918 abdicò e fu proclamata la repubblica in Austria e in Ungheria. Le varie nazionalità si diedero governi autonomi e il vecchio Impero cessò di esistere. All’Asburgo non restò che la via dell’esilio. Riparò in Svizzera poi a Budapest sognando la restaurazione e fu infine costretto all’esilio a Madera in Portogallo con la moglie, sette figli e uno in arrivo. Il 1° aprile 1922 una polmonite se lo portò via a trentacinque anni, poco tempo dopo la fine dell’Europa degli imperi.
Fu una innocente vittima della “inutile strage” e della “fosca tragedia dell’umana demenza” come la definì Benedetto XV? La Chiesa non ha dubbi, non ebbe colpe. Radio Vaticana annunciò l’apertura del processo di beatificazione il 3 novembre 1949 regnante Pio XII e gli atti furono consegnati alla Congregazione dei Riti il 22 maggio 1954. Mezzo secolo dopo, il 3 ottobre 2004, papa Woytjla – a cui il padre soldato aveva dato il nome di Karol come l’imperatore – disse beatificandolo: “Il compito decisivo del cristiano consiste nel cercare in tutto la volontà di Dio e Carlo d’Austria si pose quotidianamente questa sfida. Ai suoi occhi la guerra appariva orribile e, unico fra i politici, appoggiò gli sforzi di pace di Benedetto XV”.
La vicenda ha un risvolto varesino. Il primo altare a sinistra nella chiesa di Santo Stefano a Velate, nella cappella del Crocifisso, conserva la reliquia – un piccolo frammento osseo – del beato Asburgo-Lorena. È il dono che l’arciduca Martino d’Asburgo, pronipote per parte paterna di Carlo I e per via materna del duca Amedeo di Savoia-Aosta, eroe dell’Amba Alagi, ha donato nel 2016 al parroco don Adriano Sandri. Il sacerdote di Velate ha preso a cuore la causa dell’ultimo imperatore e ne segue il processo di canonizzazione. All’erede di Cecco Beppe è già attribuito un miracolo: nel 1960, trentotto anni dopo la morte, una suora che lo aveva implorato guarì da un grave male circolatorio. Per canonizzarlo serve ora un secondo evento prodigioso.
Don Adriano Sandri è ottimista: “Giovanni Paolo II voleva che Carlo I fosse beatificato in coppia con la moglie Zita, una donna dal forte carattere che tirò grandi da sola otto figli e che a sua volta è riconosciuta dalla Chiesa “serva di Dio”. So che i francesi hanno in carico la causa di Zita e c’è chi si occupa di questa vicenda anche negli Stati Uniti. Aspettiamo…”.